Accadde Un Giorno

PREMESSA By Ai-chan

Papparappa! Ni-hao a tutti gli avventurosi che hanno voluto cominciare (o continuare, che dir si voglia! ^_^) l’impresa di leggere una delle mie ff! non chiedetemi il perché ma questa volta ho fatto una ffic su Bibi… solo mi è venuta voglia di scrivere qualcosa di buono su di lei, ho provato ad immaginarmela meno odiosa (ma è difficile…). Comunque non ho cambiato idea su di lei, no, no…

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Era una splendida giornata di inizio primavera nel regno di Alabasta, il sole era alto e caldo nel cielo, limpido e senza una nuvola. L’aria tiepida era intrisa dell’odore della bella stagione che cominciava a farsi sentire. Il buonumore era generale.

Era domenica e quindi festa. Festa per tutti. I bambini correvano per le strade di Alubarna scalzi e giocavano sulle stradine polverose sotto il sole cocente. Era giorno di mercato e le donne in sari circolavano fra i banchetti da cui si sollevavano i profumi delle spezie mischiati fra loro.

Sulla collinetta, poco fuori dalla città, sorgeva il palazzo reale. Un imponente edificio fatto coi più splendidi marmi colorati e importati da ogni luogo. Le stanze immense. I corridoi luminosi e ricchissimi. I lampadari di cristallo che pendevano dai soffitti. Tutto mostrava lo splendore del regno di Alabasta, del suo popolo devoto ai sovrani. Dalla stanza della principessa Bibi si vedeva il giardino, coi ciliegi in fiore. Le finestre erano aperte, ma le leggere tende azzurrine di seta lasciavano trasparire la fievole luce del mattino. Ogni tanto un leggero soffio di vento le scostava e portava nella stanza i petali rosati, depositandoli sul pavimento.

Bibi era abituata a dormire fino a tardi la domenica, quindi le cameriere non entravano nella sua immensa stanza prima delle undici. Ma quella mattina si era svegliata presto, era desta dall’alba ma non aveva voglia di alzarsi. Sotto le coperte di seta color pesca del suo letto a baldacchino stava così comoda… No, non aveva proprio voglia di alzarsi. Ma i raggi di luce avevano raggiunto il suo cuscino e le illuminavano la faccia impedendole di rilassarsi in pace, anche se chiudeva gli occhi la luce la raggiungeva lo stesso. Si sotterrò sotto le coperte, ma non risolse niente, erano troppo leggere e la luce passava ugualmente così si alzò e si diresse verso il bagno. Sentiva il freddo delle piastrelle in marmo bianco sotto i piedi nudi e arrivò, non ancora del tutto sveglia, sfregandosi gli occhi, al lavandino. Si lavò il viso con l’acqua fredda e si guardò allo specchio aspettando qualche istante per svegliarsi completamente.

“Sono proprio un mostro stamattina…”

Dopo essersi contemplata sulla superficie liscia e lucida si finì di lavare e poi andò a vestirsi, come al solito c’era il problema del cosa mi metto? Se avesse dovuto accontentare sua madre e le sue innumerevoli e chic amiche avrebbe scelto un bel vestito pieno di pizzi e fiocchetti. C’erano giornate in cui indossava certi abiti, sua madre le faceva passare mezza giornata fra sarti e parrucchiere e alla fine la esibiva al salotto che frequentava. Tutte le sue amiche snob le facevano sempre i complimenti e non la smettevano più di dirle quanto era bella di qui e di là, mentre lei si sentiva tanto uovo di pasqua.

E sorrideva. Ma non era una di quelle giornate da passare imprigionata in stretti corpetti, voleva essere libera di fare tutti i movimenti normali per un essere umano, così decise per una casacchina bianca, dalle spalline larghe sulle spalle e le maniche molto lunghe, decorate con motivi indiani neri. Essa finiva poco sotto la vita e le fungeva da minigonna. Era di un bel tessuto pesante, che impediva le insolazioni, che impediva al sole cocente di bruciare la pelle. Sotto indossava degli shorts neri di un tessuto elastico che le mettevano i evidenza le belle gambe snelle. Siccome la giornata era calda e nel pomeriggio avrebbe voluto fare un giro per le strade polverose della città si mise un paio di ciabattine con la suola di sughero e la fascetta coordinate alla maglia. Buttò il pigiama sul letto e prima di uscire passò davanti allo specchio e al tavolino dove teneva tutte le essenze e i profumi. Si spazzolò i capelli fermandoli con un fiocco in una coda alta. Aveva i capelli leggermente mossi che le ricadevano in vaporosi boccoli sulle spalle. Era molto orgogliosa del suo aspetto fisico e tendeva a curarsi, soprattutto i capelli turchini e che le davano quell’aspetto angelico e così aristocratico, che le si addiceva. Li legava spesso con nastri colorati e li spazzolava ogni volta che le capitava una spazzola fra le mani. Ci impiegava sempre almeno cinque minuti per decidere come si sarebbe acconciata e poi passava altri buoni cinque minuti a rimirarsi allo specchio. Scendendo dalle scale incontrò una delle cameriere più anziane, una di quelle che per molti anni le avevano fatto da madre e nonna. Saliva a fatica i lunghi scaloni in marmo e quando se la vide davanti fece una faccia sorpresa e divertita.

“Cosa ci fai già in piedi a quest’ora di domenica, piccola Bibi?”

Lei si finse imbronciata e offesa, ma non poté resistere. La faceva impazzire sentirsi chiamare piccola Bibi, la faceva tornare alla sua infanzia. A quando aveva due o tre anni soltanto. Sorrise e fece un inchino di scherno, come era abituata a fare con la servitù. Aveva sempre avuto un buon rapporto con loro, non li considerava tali, come tutti i nobili.

“Stamattina ho sentito la primavera e ho deciso di fare uno strappo alla regola! Eh, eh!”

E proseguì svelta e aggraziata a scendere i gradini, con le suole che facevano rumore sul marmo.

“Sta attenta Bibi o cadrai!”

E sorrise nel vederla così allegra e spensierata.

Attraversò i corridoi che risplendevano dei colori dell’iride ai raggi del sole che illuminavano le pareti di marmo, bianco, rosa, verde… Rimaneva sempre incantata nel vedere quello spettacolo. Sembrava di essere sul fondo del mare. I riflessi delle pareti, dei cristalli, era come un mondo magico e lei si perdeva a fantasticare guardando quello spettacolo surreale.

Arrivò, senza quasi accorgersi, davanti al portone intarsiato della sala da pranzo. Era semiaperto e si sentivano i rumori delle posate provenire dal didentro. Cercando di non farsi notare sbirciò dentro. I suoi genitori erano seduti a far colazione, suo padre leggeva il giornale e sua madre una rivista di attualità e moda. La solita scena ogni domenica.

Entrò il più piano possibile ma loro se ne accorsero.

“Bensvegliata Bibi! Dormito bene?”

“Sì grazie papà, e tu?”

“Bene, bene…”

Strano, era tornato ad immergersi nel quotidiano… Di solito le faceva una festa più finita ed esagerata doveva essere successo qualcosa d’importante. Anche sua madre… No, sua madre faceva sempre così. La conosceva, leggeva una rivista e, quando finalmente si accorgeva della sua presenza le faceva il resoconto di tutte le feste previste per la settimana seguente. Tempo tre, quattro, secondi avrebbe cominciato a sciorinarle nomi e cognomi di conti e contesse, duchi e duchesse, nobili vari che le si confondevano nella mente.

“Bibi! Ma che ti sei messa?! Sai che oggi pomeriggio c’è l’inaugurazione del nuovo parco della contessa Leblanche, non te ne sarai dimenticata?!”

“Noooooooo, figurati, lo sapevo perfettamente che c’era quella cosa lì! Oh, che cavolo! E chi se lo ricordava più! E io che volevo fare un giretto in città… è solo che volevo stare un po’ più comoda…”

La madre la guardò come un’aliena, evidentemente stava cercando di capire se poteva fidarsi della sua parola, Bibi dribblò lo sguardo e si rivolse al padre che aveva poggiato il caffè e fissava il giornale con un’espressione corrucciata.

“Ehi, papino, che succede? Qualcosa non va?”

“Uff, pirati, pirati e ancora pirati… Saccheggiano, distruggono e depredano senza contegno incuranti delle taglie esorbitanti che pendono sulle loro teste. Oggi è l’isola Kame-Kame domani potrebbe essere il nostro regno! La Marina come al solito non muove un dito e se lo fa colleziona solo brutte figure!!!!”

Bibi prese il giornale e vide le foto e l’articolo in prima pagina. Il villaggio in fiamme, la spiaggia e il mare pieno di cadaveri… Spaventoso…

“Hanno attaccato l’isola Kame-Kame? È piuttosto lontana, non mi pare ci sia da preoccuparsi…” disse, mentre ancora le terribili immagini del massacro le impedivano di staccare gli occhi dal foglio.

“Non è questo il punto è proprio la mentalità che…”

Oh, no! Ora ricominciava coi discorsi di politica! Staccò la spina e, mentre il padre parlava a vuoto, e la madre si era di nuovo immersa nella rivista, se la svignò da sotto il tavolo. Quando fu fuori in giardino si sedette sotto ad un grande albero e scoppiò in una risata liberatoria.

Rise all’idea di suo padre che parlava all’aria. Era un buon padre, un ottimo sovrano, ma quanto la faceva ridere a volte!

Poco a poco si calmò e ripensò alla questione dei pirati. Nonostante avesse visto e sentito dei crimini più efferati commessi dalla peggior feccia del mare, non riusciva ad odiarli, anzi! La vita del pirata l’affascinava parecchio, non era la prima volta che cercava la solitudine sul bel promontorio che dava sul mare e fantasticava di avventure per i quattro mari con una ciurma meravigliosa!

Chissà se tutto questo le sarebbe mai accaduto…

Scosse la testa stupita dalle scemenze che andava pensando.

“Sono una principessa, come mi viene in mente che dei pirati mi possano prendere con loro?!” si alzò, decisa a scrollarsi di dosso quelle fantasie da bambini (come le avrebbe chiamate suo padre) e si diresse verso la città.

Era appena fuori dalle mura del palazzo che scoppiò un’altra volta a ridere da sola, appena si fu ripresa dalla crisi di ridarella si avviò giù per la grande strada sterrata che conduceva in paese.

Avvistò le casupole e il fermento del mercato, il caldo ne confondeva i contorni e li sfumava. Il vento sollevava la sabbia e la città sembrava un miraggio.

Aveva preso una piccola borsetta e ad ogni suo passo le monetine d’argento tintinnavano. Ogni volta che andava in paese faceva sempre tappa nel banchetto di dolciumi e comprava le gelatine alla frutta e i datteri. Non destò stupore il suo passaggio per le vie ben altro che nobili del paese, la gente ci era abituata. Bibi non li aveva mai guardati dall’alto in basso come gli era sempre stato insegnato. Camminava completamente a suo agio fra il popolo, si trovava più a suo agio che fra la nobiltà. E la gente non si stupiva, la amavano e la consideravano una di loro. I bambini la salutavano e giocavano spesso con lei.

Camminando, camminando arrivò al piccolo chiosco, un banchettino in legno coperto da un baldacchino a strisce. La superficie del tavolo era imbandita di dolci di ogni tipo, gelatine, datteri, caramelle, frutta candita, secca… Ma la cosa che le piaceva di più era il ragazzo che si occupava delle vendite. Il figlio del proprietario, un bel ragazzo biondo e dalla pelle abbronzata. Erano amici fin da piccoli e lei ne era innamorata, scendeva in paese sempre più spesso solo per vederlo.

“Ciao Kosa! Tutto bene?” esclamò mentre arrossiva un poco, salutandolo con la mano e facendo finta di niente.

“Ciao B-chan! Vedo che ti sei alzata presto stamattina!”

Lei arrossì ancora di più, ed abbassò la testa fingendo di guardare i dolci. Stava per chiedere un sacchettino di gelatine al lampone, ma lui la precedette.

“Dieci danari di gelatine al lampone, vero?”

“Bravo! Vedo che mi tieni d’occhio!”

“Eh, sì non faccio altro…”

Le disse mentre le riempiva un sacchettino di carta bianca.

“Senti, ti andrebbe di andare a fare un giretto, ci mangiamo qualcosa e poi abbiamo tutto il pomeriggio libero!” propose lei, temendo una sua risposta negativa, ma lui la sorprese con un entusiasmo inaspettato.

“Certo che mi va! Appena torna mio padre smonto e ti porto in un ristorante che è la fine del mondo!”

“Ah, allora ti aspetto…”

E si sedette su un muretto, di fronte a lui, smangiucchiando le caramelle. Aveva sempre un sorriso, una parola buona per tutti, era meraviglioso! Quegli occhi così azzurri, così penetranti, così unici e meravigliosi! Era innamorata persa…

“Ehi, ti sei incantata per caso?”

“Eh?!”

Era lì, le era accanto e lei si era incantata a guardarlo! Che figura! Arrossì violentemente e si alzò in piedi.

“A-ah, no! n-no è che stavo guardando… Guardavo, no! anzi pensavo a…”

“Non importa, andiamo a pranzare?”

“S-sì…”

E s’incamminarono verso una piccola bancarella simile a quella dei suoi dolci, lui comperò due panini e due bibite.

“Dove andiamo?”

“Fidati, in un posto mitico!”

Le prese il polso e la portò verso la spiaggia. Sopra al lungomare c’era un’altura, una piccola collinetta. Loro si fermarono lì, all’ombra di una palma, si sedettero sopra un tronco morto e cominciarono a mangiare.

“Allora B-chan, che te ne pare? È abbastanza bello qui?”

“Sì, è bellissimo, la vista pure è stupenda!”

“Sono contento che ti piaccia, ma vedi, se ti ho portata qui è per dirti…”

“Oh, no adesso mi dice di nn ronzargli più attorno perché ha una ragazza! Sì…?”

Lui le mise le mani sulle spalle e la fissò dritto negli occhi.

“Ecco, io…”

Quello sguardo insostenibile, così penetrante, quel discorso fatto di sguardi e non di parole…

“Bibi…”

Spezzoni di parole, che la facevano impazzire. Seguiva le sue labbra e a momenti gli moriva in braccio. D’improvviso il suo sguardo mutò, lei si accorse che non la fissava più. I suoi occhi l’oltrepassavano e fissavano pieni di terrore il mare. Si erano fatti di ghiaccio. Al che si voltò anche lei.

E quel che vide fece gelare il sangue anche a lei. All’orizzonte si stagliava nitida contro il cielo terso una sagoma di galeone, paurosamente grande e minacciosa. Per un attimo sperò che fosse la Marina, ma capì da sola quanto assurda fosse la sua supposizione. La bandiera nera sventolava sfrontata sul pennone.

“Oh, mio dio… Kosa! Che facciamo?!”

“C-calma, a-andiamo in paese e avvisiamo tutti, tu corri da tuo padre e allerti l’esercito.”

Gli tremava la voce e sudava freddo, la spinse via e lei capì che doveva correre a palazzo. Non era un gioco. Ricordò il giornale del mattino e le foto del terribile massacro, a breve pure ad Alabasta sarebbe toccata la stessa terribile sorte. Si sarebbe scatenato un inferno.

Attraversando le vie del paese di corsa le veniva da piangere a vedere tutta quella gente così spensierata e inconsapevole del pericolo che correvano.

“PAPà! papà!”

Corse verso la sala delle riunioni e vi trovò il padre intento a discutere con il primo ministro e il capo degli affari militari.

“Bibi, non ora piccola! Sono molto impegnato!”

“Ma papà! È urgente! Ci sono i pirati!”

“Lo so. È proprio di questo che sto organizzando l’esercito.”

Non sapeva se essere sollevata o stupita. Come mai il padre lo sapeva già? Non era importante, si stava già organizzando, ce l’avrebbero fatta.

“Bene! Ma in paese non si sono ancora barricati, vabbè che l’esercito è potente e che tutti si fidano di noi, ma sarebbe bene dirgli di premunirsi un poco, no?”

“Non ce ne sarà bisogno, visto che loro non saranno avvisati.”

“Cosa…?”

La prese come un pugno nello stomaco, pensava di non aver capito bene, ma la faccia serena del padre la lasciò senza fiato. Aveva appena condannato a morte una città intera col sorriso sulle labbra. Ma perché poi?

Cercò di restare calma e lucida, una risposta razionale c’era per forza.

“Perché mai?!” chiese con il filo di voce che le era rimasto.

“Tattiche militari, è una ciurma molto potente e l’esercito non basterebbe da solo. Il popolo li fermerà e li decimerà, poi l’esercito schierato a difesa del palazzo darà loro il colpo di grazia.”

Si sbagliava, non era per niente razionale o quantomeno umano quello che le aveva appena detto il padre.

Non ci credeva ancora, scappò incredula e schifata da tanto egoismo nella sua stanza. Dove rimase a piangere mentre sentiva fuori dalla sua finestra le urla disperate dei suoi amici e dei pirati.

Alla fine il padre aveva avuto ragione. Avevano vinto, e la tattica aveva funzionato bene.

Anche troppo.

Finita la battaglia non aveva il coraggio di uscire a vedere come era ridotto il villaggio. Ma alla fine si fece coraggio e varcò il portone del palazzo. Sulla strada prima allegra e festante di inizio primavera si perdevano a vista d’occhio i cadaveri, indistinti tra pirati e militari e in putrefazione. La sabbia era rossa di sangue, l’odore di morte impregnava l’aria e metteva la disperazione nelle ossa. Bibi non poteva sopportare quella vista, ma il peggio doveva ancora venire. Doveva ancora vedere in che condizioni versava il villaggio.

Case distrutte, date alle fiamme, selvaggiamente e senza una logica. Anche qui i cadaveri si susseguivano, sparsi dappertutto. L’odore dolciastro del sangue fresco, riempiva le narici e bucava i polmoni. Ma non era tutto questo a tormentare Bibi. La consapevolezza di aver potuto fare qualcosa e di non aver fatto niente. Il senso di colpa che la torturava era più violento di quello spettacolo terribile che le si parava davanti. Si abbandonò a piangere per terra, fra le macerie di quella che era stata la sua vita. Niente sarebbe stato più come prima. Mai più.

Fine