Charmargy: c’è chi potrebbe effettivamente chiedersi cosa accidenti ci faccio ancora qui, pronta a rompere le scatole con un'altra fan fiction perversa… non so quando e come sarà pubblicata… in ogni caso, oltre a questa ho scritto One Piece: Gotta Catch ‘em All, ovvero una fan fiction scritta in un pomeriggio che non sapevo cosa fare, volevo scrivere, ma niente di impegnativo, e saltò fuori questa demenzialità completa! ^__^ Altra fan fiction che, modestia a parte, conosceranno in molti è One Piece: The Red Devil, sicuramente l’avrete presente… almeno un po’… beh, quella era una mistura di ogni genere possibile ed immaginabile: infatti, all’interno vi erano scene demenziali, ironiche, tristi, drammatiche, d’amicizia, taaanti combattimenti e molto altro… naturalmente si basava sull’avventura! Poi c’è Dreamers, una ff relativamente più tranquilla di Red Devil: quest’ultima mancava di particolari storie d’amore, no? Bhe, Dreamers racconta invece della ciurma di Rubber (Rufy) che vede in sé un nuovo personaggio... e una delle colonne su cui si basava era l’improbabile storia d’amore fra questo nuovo personaggio e Zoro… dico improbabile e lo sottolineo! ^^ Poi c’è my Earth, molto sentimentale, più che altro ha come tema l’amicizia ed è un “affresco” alle mie sacre e numerose amicizie e alla mia (o nostra!) bellissima Toscana…! ß commozione! ^^’’ Non posso promettervelo ma posso dirvelo come ipotesi: forse ci sarà un seguito di Red Devil e di Dreamers, una volta finiti, ovviamente, come ho detto non prendete tutto alla lettera, la mia è solo un’idea particolarmente chiara rispetto alle altre… vedremo! Quella che vi voglio raccontare oggi…
Lettori: …per nostra disgrazia…
Charmargy: dicevo, quella
che vi voglio raccontare oggi è uscita fuori da un periodo alquanto
bizzarro… certo, la mia vita è tutta un periodo bizzarro per
quanto gigantesco sembri il termine, comunque in questo strano periodo mi
vengono in mente storie tristi e malinconiche, nelle mie lunghe notti di insonnia
(la quale mi porto avanti da anni! T_T).
Lettori: speriamo che non ti passi mai! ß aria diabolica
Charmargy: avete presente i libri che escono in questo periodo e parlano dei
bambini poveri? Beh, so che molti di voi disprezzano questi tristi documentari
in formato di romanzo, malgrado la storia si basi su una vita che neppure
io conosco ma penso di essere abbastanza in grado di immaginare, non voglio
farvi prediche e discussioni sui poveri che vanno aiutati, perché sebbene
sia una frase giusta per molti e sbagliata per altri, nessuno trova interesse
per questa vecchia espressione che ormai ogni brava nonnina caritatevole ripete
ai nipoti che l’ascoltano –spesso- sbuffando.
Io voglio solo esprimere
un lato che mi pesa nella coscienza, non ho intenzione di farvi prediche o
lezioni di vita soprattutto perché non credo di essere nella posizione
di fare una cosa del genere, essendo piccina picciò! ^^ Non mi interessa
di farvi capire che c’è chi vive da schifo, questa cosa se dovrete
impararla non sarò certo io a potervela spiegare. Quello che voglio
dire è che cerco di spingermi al di là delle normali banalità
che tutti ormai definiscono imbecilli, voglio solo scrivere una fan fiction
che esprima una cosa che non so come chiamare, che strappi commozione ai più
sensibili e che tenti di sciogliere i più rudi… insomma, ragazzi!
Questa è la storia del futuro re dei pirati, del (secondo) miglior
spadaccino del mondo, della ladra dal passato nero, dell’aspirante grande
pirata e del grande cuoco cicisbeo che approdano per sbaglio su un’isola
che probabilmente non dimenticheranno mai… specie uno di loro…
ma questa è un’altra storia…
Ps: a volte uso un tipo di scrittura pesante per raccontare la storia, ma
serve per meglio raccontarla! Se non gradite… non leggete!
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PROLOGO
Il
vento aveva spirato con violenza per tutta la notte, una notte nera e nebbiosa.
La Going Merry si era trovata nell’impossibilità di capire dove
stava andando, comunque l’importante era che non si allontanasse troppo
dalla loro destinazione: il Grande Blu. Però, era necessario trovare
un’isola perché la nave necessitava di riparazioni.
Poi la ciurma aveva intravisto un porto. Un porticciolo quasi senza navi,
con alcune travi sgangherate, gomene penzolanti e un rumore di legno che scricchiolava.
Il vento era un ululato. La nebbia , l’acqua grigia come la morte e
il rumore della brezza dell’alba, più il leggero sciabordare
delle piccole onde, davano a quell’isola, e prima di tutto a quel porto,
l’aria di un cimitero. Di un luogo abbandonato, freddo e buio. Non era
ancora sorto il sole. Probabilmente le cose sarebbero andate meglio non appena
i primi raggi del disco dorato avrebbero attraversato la catena montuosa a
sud del porto, come sciabolate. Faceva freddo. Come d’inverno. Malgrado
fosse estate e spirasse un vento tiepido che però con quello scenario
pareva freddo come un morto.
Dei corvi gracchianti e rauchi osservavano i pirati appena approdati, come avvoltoi che attendono di poter divorare la loro preda. Nessuno era superstizioso dei cinque, ma quell’ambiente era talmente inquietante che tutti ebbero il sospetto che portasse sfortuna, e che fosse un luogo fantasma. Eppure le persiane erano chiuse, malgrado fossero scardinate e rotte, senza vernice. Al porto non c’era niente, salvo delle piccole case di mattoni con il tetto mezzo rotto, nel migliore che casi con le persiane distrutte alle finestre e una porta quasi intera. In genere, davanti agli usci c’era una tenda consunta che ondeggiava al vento, le finestre erano nude, quadrate, nell’anima si sentiva giungere un vento di morte e desolazione. La nebbia cominciò a dissolversi. Era talmente densa che raschiava in fondo alla gola.
<<Secondo me qui è tutto abbandonato…>> mormorò Nami, con la voce molto bassa per la suggestione che dava quel luogo. Pareva che non volesse guastare quel macabro incantesimo.
Ma non era tutto abbandonato.
Videro un officina, una specie di hangar, con le pareti di legno e il tetto di lamiera. Da essa proveniva un rumore martellante, come se a quell’ora ci fosse già qualcuno a lavoro. Lentamente, i pirati si avviarono verso l’hangar, abbassandosi per passare sotto la saracinesca mezza abbassata e arrugginita.
Non faticarono ad abituare gli occhi all’oscurità che regnava dentro, anche fuori era buio. Sentirono un freddo inspiegabile non tanto fisico quanto psichico. Prima di individuare che stesse martellando, si guardarono intorno. Una piccola barca pendeva dal soffitto, sorretta da grosse catene impolverate. Tutto era coperto dalla polvere. Qua e là c’era ogni genere di oggetto, rotto, distrutto, che attendeva invano di essere rimesso in sesto. Tutto era debolmente illuminato da candele che ogni tanto si spegnevano perché erano ridotte a mozziconi che non si potevano prendere in mano neppure a due dita. Una vecchia lampada a petrolio calava dal soffitto alto quanto quella di una cattedrale fin molto più giù. Videro chi stava lavorando.
Martellando con una certa monotonia per fissare insieme due grosse travi di legno c’era una ragazza, che probabilmente doveva essere intorno ai diciotto anni. Era magra come un chiodo, le si vedevano le ossa perché la pelle era attaccata ad esse e ai muscoli della ragazza, che pareva essere lì a lavorare da molto. Aveva i capelli corti stretti sulla fronte da una fascia perché non dessero fastidio, erano macchiati di unto, sia secco che nuovo.
<<Emh… scusa…>> disse Rubber cercando di chiamarla nell’eco e passarono un paio di minuti prima che smettesse di lavorare e si voltasse verso i nuovi arrivati. Prese a scrutarli con un’aria da adulta sul suo viso da ragazza giovane, come se potesse capire cosa pensavano. Aveva due occhiaie scure come se non dormisse da giorni, il viso era macchiato di nero e di grasso come tutto il resto del corpo, che era pieno di tagli e di lividi, e aveva la carnagione pallida da far paura. Pareva che non si fosse mossa da quell’officina né per mangiare né per dormire da un paio di giorni. Sanji restò impressionato dallo stato in cui era quella ragazza, che sembrava muta. Continuava a guardarli con aria seria e quasi diffidente, senza dire una parola, e l’unico movimento era il suo respiro.
<<Pirati.>> disse alla fine, con la voce roca di chi non parla da tanto tempo, voltò di nuovo loro le spalle e si rimise al lavoro.
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