il bacio dell'angelo nero

«Sei bellissima, chèrie... Sembri una rosa appena sbocciata in mezzo ad una foresta di spine, e l’infinita bellezza risplende come la stella più luminosa del firmamento nei miei occhi e nel mio cuore, facendomi perdere in te... Sei davvero splendida! »
È la prima volta che un uomo mi dice frasi d’amore così poetiche, così particolari, toccanti, romantiche, dolci, accompagnate da una voce terribilmente suadente e ammaliatrice, da brivido, come lui, facendomi restare allibita e con un calore intenso in tutto il corpo; in tutti questi miei ventun anni di scialba e monotona esistenza in un mondo talvolta doloroso e talvolta crudele che non rispetta nessuno e rimane indifferente a tutto ciò che accade nel corso del tempo, insofferente, finalmente qualcosa è cambiato nella mia vita; finalmente un raggio di sole ha illuminato anche il mio viso, rendendomi adesso felice come non lo sono mai stata prima... E queste parole, che sento per la prima volta, mi riscaldano il cuore e mi fanno fremere di sentimento ogni cellula del mio corpo...
... Ed è la prima volta che incontro un uomo così atrocemente bello. Così fantastico che, quasi quasi, non me lo merito. Non ne ho mai visti di così bellissimi nemmeno sulle riviste di moda, sui calendari, in televisione, da nessuna parte...
Sono rimasta a bocca aperta quando l’ho incontrato per la prima volta, lì, nel pub all’angolo vicino al mio appartamento qui a New Orleans, e non avrei mai lontanamente pensato che sarebbe andata a finire così come sta succedendo adesso... Me lo ricordo ancora quel giorno. Era seduto comodamente ad un tavolo semi-nascosto nell’ombra del locale, da solo... Per l’ennesima volta. All’inizio non ci diedi troppo peso, anche perché io ero solo una semplice abituale cliente, e non una del personale del locale; ma quel suo alone di mistero mi attirava, in un certo senso, come una calamita: c’era una forza magnetica che proveniva proprio da quell’individuo seduto lì nell’angolo, che da due settimane veniva lì e si sedeva nello stesso posto, in silenzio, senza mai prendere nemmeno un bicchiere di Brandy, oppure un cocktail. Semplicemente se ne stava seduto, una gamba elegantemente accavallata sull’altra, il luccichio di un anello nell’ombra che rilevava la posizione della mano destra di tanto in tanto, e un lieve riflesso di alcuni piccoli bottoni della giacca. Io andavo sempre in quel pub, il Black Sky, a spendere tutti i miei pochi soldi in alcolici, a fumare sigarette e a ballare, per poi tornare a casa alle sette del mattino, esausta e sempre più sola. Eppure non mi sono mai avvicinata a lui... Non so perché, era come se qualcosa mi dicesse che in quella figura tanto misteriosa si celasse un pericolo. Ma ormai, come si dice, ‘il pericolo è il mio mestiere’, e di certo se c’è una persona in questo mondo infame che ha corso pericoli di tutti i tipi, quella sono io.
Ho avuto qualche avventura con un bel po’ di uomini, sì, ma tutte sono finite malissimo e senza un vero e proprio ‘perché’. So di essere una bella ragazza, senza dubbio: ho i capelli di un castano chiarissimo, quasi biondo, lunghi, lunghissimi, che mi arrivano alla vita; gli occhi sono blu, le labbra carnose e rosse, la pelle di velluto e un fisico armonioso, bello, slanciato. Forse è solo per quello che ho avuto così tanti uomini che mi amavano solo quando ero sotto le lenzuola, nuda, pronta a donare tanto amore, poi mai ricambiato...
Ma con lui è diverso. Tutto è diverso. Sono addirittura sconvolta... Piacevolmente sconvolta...
Ormai, quella di capire chi diavolo fosse quell’uomo tanto misterioso, era diventata quasi un’ossessione. Non si spostava mai dall’oscurità, lo vedevo muoversi pochissimo, tanto che a volte mi veniva il dubbio che fosse una statua, e ogni santa volta che se ne andava io non me ne accorgevo: mi voltavo e lui non c’era già più. Restava anche fino a tardissimo, poco prima che il locale chiudesse, e ben presto scoprii che non ero l’unica a domandarmi chi fosse quell’uomo... Tutti si chiedevano chi fosse e che cosa facesse nel pub, se poi non ordinava nemmeno da bere.
Un giorno però m’accorsi di un fatto a dir poco sorprendente... All’inizio pensavo mi sbagliassi, e invece non era affatto così: lui mi fissava. Lo capivo perché il riflesso di quel grosso anello alla mano destra si spostava sempre nella mia direzione, ovunque io andassi: non mi perdeva d’occhio, e quando lo capii mi sentii tremare come una foglia... Un po’ dall’eccitazione, un po’ dalla paura. Un brivido mi percorse tutta... Ed erano quegli occhi nell’oscurità che mi facevano fremere, nonostante io non sapessi di che colore erano, che forma avessero... Non sapevo nulla sul viso di lui.
Ma, quella sera di una settimana fa, conobbi a mia sorpresa ogni suo lineamento... E ne rimasi affascinata, ammaliata, stregata. Non l’avevo nemmeno sentito quando si era avvicinato dietro di me, con passo felpato, mentre stavo ballando nella folla con tutta l’energia di cui sono capace, che lascia incantati uomini di tutte le età, e ricordo anche che quel giorno avevo avuto un’altra litigata con mio padre, un povero disgraziato ubriacone disoccupato, brutale, solo, violento. Ero andata a trovarlo, nonostante lui non provasse benché il minimo amore per me, e come risultato ho ricevuto schiaffi, umiliazioni e urla... Come sempre, del resto. Mia madre non l’ho mai conosciuta; da piccola mi hanno detto che era morta di parto, ma, da quel che ho capito crescendo, se n’è andata con un altro uomo, abbandonando me e mio padre. Di lei non so nulla, a parte che fosse identica a me. Forse è anche per questo motivo che quel mostro, che dovrebbe essere il mio genitore, diventa violento con me, perché gli ricordo la sua infedele moglie, se non la mia sciagurata madre... Ma questa è un’altra storia, che preferisco lasciar perdere...
Ormai completamente andata nella danza, la mia grande passione, non mi accorsi di lui. Quando finì la musica, un tipo mi propose di ballare con lui, anche se le sue intenzioni erano ben altre... Io lo guardai dall’alto al basso con sufficienza, e feci per rispondere un ‘sì’ strascicato... Ma qualcuno cambiò gli eventi.
‘Se permette, monsieur, la bella signorina qui presente è occupata col sottoscritto’, disse una voce dietro di me, e io mi sentii rabbrividire al solo tono di quelle parole. Era una voce talmente suadente che avrebbe sedotto chiunque, sia uomini che donne. Ancora non mi ero girata per vedere in faccia il mio interlocutore, ma potei notare sul volto del ragazzo che mi aveva chiesto di ballare un’espressione di autentico stupore, che lo fece rimanere interdetto per una buona manciata di secondi.
‘A-ah... Mi... Mi scusi...’, rispose con voce tremula il ragazzo, mentre una goccia di sudore gli scivolava sul mento, e se ne andò di gran corsa. Sembrava spaventato, e io non capivo perché... Rimasi a fissare il punto in cui pochi secondi prima c’era il tipo, ma poi sobbalzai.
‘Vogliamo ballare oppure preferisci sederti al tavolo, ma chère? Offro io da bere’, disse la voce dietro di me, e di nuovo le mie gambe tremarono... Era vicinissimo, sentivo il suo alito caldo che mi sfiorava l’orecchio sinistro, procurandomi un lunghissimo fremito... Quando mi ripresi, riacquistai la mia lucidità e mi voltai, pronta ad affrontarlo: ero indispettita. Come si era permesso di dire che ero occupata con lui? Nemmeno lo conoscevo! E così mi girai... ma le parole mi morirono in gola non appena lo vidi. Se prima le mie gambe tremavano al solo udire della sua voce, adesso si stavano letteralmente piegando a metà sotto il mio peso, e se non fossi stata abbastanza lucida, sarei sicuramente crollata a terra. Per fortuna non successe niente di tutto ciò, ma lo stesso mi sentivo mancare il respiro da quanta bellezza mi trovavo davanti ai miei occhi... Quell’attrazione che provavo mentre guardavo quell’uomo nell’ombra, adesso mi sembrava ovvia... Era biondo e i capelli avevano una piega leggermente ondulata, e questi erano legati dietro in una coda elegante dietro alla nuca; gli occhi sembravano quasi brillare nel poco illuminato locale, e risplendevano di una luce azzurra, o grigia, ma comunque da urlo, e poiché fossero di una bellezza sconfinata, risultavano terribilmente freddi, impenetrabili. Mettevano addirittura soggezione... Ecco perché rabbrividivo, tutte le volte che mi sentivo quegli occhi di ghiaccio dietro la schiena. Mi sembrava luminosa perfino la pelle... Era sorprendentemente bianca, candida, così immacolata e perfetta che sembrava scolpita nel marmo più pregiato; rendeva la sua figura quasi evanescente, ma comunque viva, reale, e le labbra rosse come il fuoco non sembravano vere in mezzo a tutto quel candido mare di pelle color del latte... E mi sorrise, facendomi sciogliere come neve al sole, mentre dei denti splendidi e troppo perfetti s’intravedevano fra le labbra carnose di quella bocca da baciare.
‘Oh, mon Dieu, non mi sono presentato!’, esclamò mezzo divertito, mentre io mi sentivo morire al risuono della sua risata magnifica e ammaliante da fare paura. ‘Il mio nome è Lestat. Lietissimo di conoscerti, Aurora...’
‘Co-come conosci il mio nome?’, gli risposi, uscendo dal mio ‘coma’, e facendo una faccia che secondo me lo lasciò divertito, perché, davvero, sembravo appena scesa dalle nuvole, e non riuscivo a distogliere lo sguardo da quella bocca splendida e da quegli occhi di ghiaccio... Inoltre era anche giovane, avrà avuto sì e no due anni o tre più di me, se non di meno... Improvvisamente trasalii, sentendo qualcosa di gelido prendermi delicatamente la mano: il gesto fu talmente rapido che non vidi niente.
‘Questo non ha importanza, trèsor...’ E mi baciò la mano, facendomi sentire sul dorso tiepido un battito d’ali, che dovevano essere le sue labbra di velluto rosso; morbide, tanto morbide erano... Ma anch’esse erano gelide come le sue mani, come la sua voce, come i suoi occhi. Eppure tutta questa freddezza veniva celata da tutta quella bellezza che non era nella norma; era troppo perfetto, troppo bello, quei capelli biondi sembravano troppo morbidi e in ordine, la sua pelle troppo bianca e candida per essere normale, i suoi occhi troppo luminosi e azzurri per essere naturali, e la bocca disegnata era troppo rossa e succosa per essere reale... Non sembrava umano. Gli esseri umani non sono così perfetti, pensai, e quest’uomo ha qualcosa di soprannaturale... Guardandolo bene, sarebbe sembrato uno di quei principi azzurri delle favole: mancava solo il cavallo bianco ed era assolutamente perfetto. Ma quel suo fascino non era lontanamente paragonabile a quello di nessun altro principe. Quei capelli d’oro, quegli occhi di cielo... No, non era un principe: era un angelo. Sì, pensai, è proprio un angelo... Un angelo che è venuto apposta per me, per togliermi ogni sofferenza... E qualcosa mi diceva che avevo ragione... In un certo senso.
‘Lestat’, lo chiamai con un sorriso imbarazzato e la voce che faticava a stare ferma, ‘ti va di ballare con me, stasera?’ Lui alzò lo sguardo e mi guardò con quei suoi occhi favolosi e allo stesso tempo glaciali che mi fecero incontrollatamente rabbrividire. Mi si avvicinò così tanto che avrebbe potuto benissimo sentire i battiti sempre più forti del mio cuore di donna... Mi cinse la vita con una mano, sfiorandomi la pelle nuda con le dita di ghiaccio, facendomi venire un lungo brivido di freddo e d’eccitazione, mentre con l’altra mi accarezzò il viso con un gesto talmente lento, talmente sensuale che per poco non gemetti a pochissimi centimetri dal suo viso d’Angelo Ammaliatore. Solo in quel momento mi accorsi che profumava di acqua di Colonia... E solo in quel momento mi accorsi che già mi stringeva a sé, immersi nella musica, col suo volto appoggiato nell’incavo che c’è tra la spalla sinistra e il collo, trasportandomi in quel ballo lento con una tale maestria che mi sembrava di non toccare coi piedi per terra... Ormai col cuore in orbita, gli cinsi il collo con le braccia, affondando la faccia nei suoi vestiti neri come il mare di notte; era una sensazione piacevole quanto inquietante, e io non capivo il perché. La sua pelle era di velluto, ma non emanava alcun calore... Niente, di lui, emanava calore. E ne sono convinta tuttora.
‘Hai un buon profumo, Aurora...’, mi sussurrò improvvisamente all’orecchio, sfiorandomi con quelle labbra da sogno, ottenendo come risultato un mio impercettibile gemito, seguito da un brivido... E poi, stampandomi leggeri baci sul collo, aggiunse in un tono di voce che mi lasciò perplessa, perché era come se nelle sue parole ci fosse una nota di sensuale malignità... ‘E hai anche un buon sapore, chèrie...’
‘Davvero?’ chiesi con tono ironico, sforzandomi di non lasciarmi andare dall’eccitazione che quell’angelo mi stava procurando con delle semplici frasi. ‘E dimmi, di che cosa saprei?’ Mi veniva da ridere; nessuno mi aveva mai detto ‘hai un buon sapore’. Non feci in tempo a formulare altre frasi che sentii la bocca di Lestat calare imperiosa e carica di passione sulla mia, e io perdetti quel poco controllo che mi era rimasto... Quella era stata la goccia che aveva fatto traboccare il vaso. Tutto per me scomparve: il locale, le persone che vi erano dentro, la musica, il pavimento, l’odore acre del fumo... Tutto. Eravamo solo io e Lestat, uniti da quel bacio che ben presto si trasformò in una vera e propria carica di passione travolgente; schiusi la bocca, e le nostre lingue calde s’incontrarono immediatamente: prima accarezzandosi, poi esplorando pian piano ogni parte delle nostre rispettive bocche. Lestat era un vero esperto... Non mi lasciava tregua con quel bacio, che non mi stava facendo più capire niente; non mi ero mai lasciata andare così velocemente con un uomo, mai, e questo fatto mi stupì non poco. Ma quella bocca, quelle labbra succose, rosse, e quella lingua esploratrice, mi toglievano ogni briciolo di lucidità. Nessuno m’aveva mai baciata con così tanta passione... Nessuno mi aveva mai fatto battere il cuore come quell’angelo francese di nome Lestat, che affondava nella mia bocca con movimenti lenti e profondi, assaporandoci a vicenda, in sincronia. Ci staccammo lentamente per riprendere fiato, e io ancora mi tenevo stretta a lui, le mie mani attorno al bavero della sua giacca nera, il fiato corto e il corpo ridotto a tutto un fremito... Lo guardavo stravolta e con le labbra rosse e la gola secca, il viso arrossato e un profumo di Acqua di Colonia sul collo, sul petto, nelle braccia... Lestat mi alzò il viso con la mano, tenendomi il mento; io speravo che mi baciasse di nuovo: non avevo mai provato niente di simile, e volevo non finisse mai... Ma non arrivò più nessun bacio.
‘Sei stata brava, bambina... Mi sei piaciuta, lo sai?’, disse Lestat, e quegli occhi freddi mi guardavano leggermente meravigliati, mentre le sue labbra impossibili erano stirate in un accattivante sorriso, lasciando intravedere per la seconda volta quei denti immacolati.
‘Non prendermi in giro’, gli dissi indispettita, ma ancora visibilmente eccitata.
‘Non ti sto prendendo in giro, ma chère. Come potrei?’ Rise leggermente, accarezzandomi dolcemente i capelli con la mano, quella col grosso anello, che scoprii avere incastonato un bellissimo smeraldo dall’aria assai antica. Restai un attimo in silenzio, ancora interdetta, ma riflettendo su ciò che era accaduto; allora gli presi la mano, notando con lieve sorpresa che era diventata un po’ più calda, anche se non di molto, e gliela strinsi nelle mie, sul petto... Lo guardai implorante. ‘Dimmi che ci rivedremo, Lestat...!’ Non riuscii a trattenermi... Lo amavo, ero persa completamente di lui. Per me era l’uomo che non avevo mai avuto, l’amore che stavo da tanto tempo cercando... Non volevo perderlo, non l’avrei permesso.
‘Io sono sempre qui, mon amour... Solo per te’.
Quella sera ci lasciammo verso le tre del mattino. Lestat mi accompagnò fino al mio appartamento, ma non lo lasciai entrare, per vergogna del disordine; lui rise divertito, dicendomi che non mi dovevo preoccupare; ma io preferii comunque non lasciargli vedere il caos che regnava sovrano nel mio piccolo monolocale. Mi diede la buonanotte baciandomi sulla fronte... Mentre io non riuscì a resistere e lo abbracciai, affondando le mie dita nei suoi capelli biondi e setosi, tanto simili al miele, e lui fece lo stesso, affondando il suo viso stupendo nei miei, nemmeno lontanamente belli come i suoi... Lo sentii poi avvicinarsi al mio orecchio: mi mordicchiò leggermente il lobo, facendomi rizzare tutti i peli dal primo all’ultimo, e io gemetti sul suo collo, stampandogli un piccolo succhiotto; avrei fatto l’amore con Lestat proprio in quel momento, davanti a casa, per tutta la notte, ma sapevo che non era possibile: era troppo presto e probabilmente lui avrebbe anche pensato che ero una sgualdrina in cerca di qualche dollaro per comprarsi degli alcolici. E io non volevo che lo pensasse.
‘Dolce...’, mi sussurrò improvvisamente, tenendo le labbra contro il mio collo, facendo un leggero movimento su e giù, arrivando a sollecitarmi fino dietro l’orecchio, con il suo fare sensuale, fantastico, che mi lasciò senza fiato...
‘Che cosa dici...’, gli risposi allora, ansimando, divertita e innamorata, senza capire il significato di quella parola. Lui fece una risata roca e io mi sentii un profondo calore nel basso ventre... Dio, era irresistibile anche quando rideva!
‘Sei dolce, è questo il tuo sapore... E mi piace, tesoro, mi piace davvero tanto... Ti mangerei’.
Io risi a quella frase, ma tanto non me ne importava niente del significato: ero felice, stavo bene con il mio angelo francese, e finalmente per me la vita aveva un senso. ‘Che strane cose che mi dici... Strane davvero... Cos’è, ora devo avere paura che un giorno all’altro tu mi trasformi nella tua cena?’ Gli presi il volto tra le mani e, sempre ridendo, iniziai a passargli l’indice sulle sue labbra di fuoco, constatandone la morbidezza e la bellezza spropositata...
‘Chissà...’ E mi baciò le dita, poi la mano, il polso, fino a baciarmi le labbra con dolcezza, toccandomi la lingua con la punta della sua, in modo da stuzzicarmi... E ci riusciva fin troppo bene. Il bacio durò poco, e quando Lestat si staccò da me, io ne soffrii moltissimo. ‘Buonanotte, ma chèrie...’ E, comparso come era venuto, se ne andò, lasciandomi sola, davanti alla porta del mio appartamento come una povera scema. Entrai in casa e chiusi piano la porta, ancora col batticuore e una fitta al petto: il pensiero di non vederlo per un intero giorno mi faceva morire di dolore. Trattenendo le lacrime e cercando d’ignorare il grosso nodo alla gola, mi spogliai, mi misi la camicia di seta bianca e mi coricai a letto; spensi la luce e mi misi supina sul materasso, ma non chiusi subito gli occhi... Riuscivo ancora ad intravedere il suo viso e i suoi occhi davanti al mio sguardo. E immediatamente cominciai a pensare al mio angelo, il mio angelo così bello e perfetto, così dolce e galante e allo stesso tempo così accattivante, sexy, passionale, e... anche così freddo, distaccato, sempre con quello strano alone di mistero che, non lo nascondo, mi ha sempre un po’ inquietata da quando lo conosco. Solo in quell’istante mi resi conto che, oltre a essermi innamorata pazzamente, provavo anche paura. Forse era, ed è tuttora, un’impressione, ma quei suoi occhi grigi, o azzurri, e impenetrabili, simili ad iceberg, e quella sua pelle gelata così esageratamente chiara, mi metteva irrequietezza. E ancora ne ignoro il motivo. Stavo bene con Lestat: mi trattava come una regina, mi riempiva di complimenti, parlava in un modo così particolare - col suo accento francese, poi - che sembrava essere appena uscito dalla reggia di Versailles, come un nobile barone, un conte, un principe... Era assolutamente un personaggio fuori dal comune; inoltre sapeva baciare così bene... Figurarsi a fare l’amore... Sapeva benissimo cosa voleva una donna, e questo mi fece pensare subito che , Lestat, avesse una sfilza di amanti, magari anche cinque o sei per volta. E non mi stupii affatto! A questo pensiero risi amaramente... Non facevo altro che chiamare il suo nome... ‘Lestat, Lestat... Dove sei, Lestat? Non lasciarmi sola, angelo mio... Stai con me... Sempre... Lestat...’ Scoppiai in lacrime, ripensando al suo viso, al suo profumo di acqua di Colonia, alla sua risata, a tutto... Specialmente alle sue labbra... E mi toccai le mie con le dita, immaginando che fossero le sue che mi accarezzavano... Ma non appena le poggiai, sentii qualcosa di caldo e umido sotto le dita, e ben presto potei sentire chiaramente un gusto rugginoso e dolce in bocca. Accesi la luce e mi guardai le dita: erano sporche del mio sangue. Rimasi perplessa, e non nego che mi spaventai; corsi davanti allo specchio, e guardai il mio riflesso... gemetti: avevo un piccolo buchetto sul labbro, e sanguinava appena. Ma la cosa che mi lasciò allibita fu il lobo del mio orecchio, quello sinistro... Sanguinava anche quello, e io non mi ero accorta di niente. Ancora mi chiedo come non me ne accorsi subito... Forse l’orecchino mi aveva graffiato il lobo, e la ferita al labbro probabilmente me l’ero fatta io involontariamente... Anche se non sapevo come. Mi pulii con la carta igienica inumidita con l’acqua e mi rimisi a letto, tamponando bene le ferite. M’addormentai solo quando sorse il sole... E sognai il mio angelo.
I giorni successivi continuai a vedermi con Lestat, tutte le sere, e io mi sentivo rinascere solo a vederlo, solo a sentire il suo profumo. Quando scesi dalle scale e uscii dal portone di casa mia, lo vidi lì, appoggiato contro il muro che mi aspettava. Per poco non scoppiai in lacrime a vederlo, e gli corsi incontro per baciarlo, toccarlo, abbracciarlo...
‘Mi sei mancato... Mi sei mancato tanto...!’, dissi stringendomi a lui il più forte possibile.
‘Chèrie, chèrie...!’, mi ripeté amorevolmente, carezzandomi le guance... Mi piaceva quando parlava con quel francese tanto sensuale, a me così sconosciuto... ‘Il tuo Lestat è qui con te, adesso... Sei felice?’, mi chiese sorridendomi, e io annuì col capo, perdendomi di nuovo nel suo sguardo accattivante e impenetrabile.
‘Certo che sono felice, che domande... Io... Tu sei la persona più bella che mi sia mai capitata... Sono pazza di te, Lestat...! Stanotte non ho fatto altro che sognarti e immaginarti vicino a me...! Non mi sono mai sentita così con nessuno, e sono certa al cento per cento che i miei sentimenti per te sono sinceri, puri... Oh, Dio, mi sento così stupida!’, sbottai, mettendomi una mano sulla fronte, e distolsi gli occhi da quelli di Lestat: non avevo il coraggio di vedere la sua faccia... Mi sentivo come una ragazzina alla sua prima cotta! Pensai che sicuramente stava ridendo di me, che mi avrebbe presa in giro... Invece mi prese per le spalle, dolcemente, e mi sussurrò da dietro: ‘Se tu sei felice, anche io lo sono, Aurora... E se tu mi ami, anche io ti amo’, e mi baciò la guancia, facendomi per l’ennesima volta rabbrividire al tocco delle sue labbra, che la sera prima mi erano mancate come l’aria...
Da quel giorno fino a oggi, io e il mio amore ci siamo sempre visti: abbiamo girovagato di notte a New Orleans a braccetto, ridendo e parlando del più e del meno; io raccontai a Lestat di tutti gli uomini che ho avuto, della mia sciagurata famiglia, della mia situazione economica, addirittura che cosa mangiavo a pranzo e a cena; gli raccontavo tutto, e lui ascoltava e ascoltava, senza mai interrompermi. Ma di sé, Lestat, non mi ha mai detto niente, a parte il cognome: il nome intero, quindi era Lestat de Lioncourt. Quando me lo disse io ci rimasi sorpresa. ‘Accidenti! Sembra il nome di una famiglia nobile!’ E ridevamo. Proprio come due veri innamorati... O, almeno, io lo ero e lo sono tuttora, per davvero. Comunque Lestat non parlò mai né della sua vita né della sua famiglia... ‘La mia famiglia? Aha... Amor mio, credo proprio che non faccia alcuna differenza, se ti raccontassi della mia famiglia!’, mi disse un giorno, e allora io preferii non insistere... Non volevo sembrargli un’impicciona, gli avrebbe sicuramente dato fastidio. Così lasciai perdere quell’argomento che tanto evitava... Fino ad oggi.

‘Domani sera vengo a prenderti alle dieci, tesoro’, mi ha detto ieri, mentre ci stavamo salutando sulla porta di casa mia, come ogni sera: Lestat mi accompagna sempre e non mi lascia mai da sola. ‘Ti citofono. Ah... Mi raccomando, ma chère’, mi ha messo un dito sulle labbra, mentre io lo ascoltavo persa., ‘vestiti bene... Devi essere al massimo del tuo splendore, per domani. Sogni d’oro, principessa...’

Lestat è stato puntuale, come sempre. Ha citofonato alle dieci spaccate, e io, che ho aspettato il suono del mio citofono con tanta ansia, stando seduta sul divano con la borsetta nera in grembo, guardando ogni secondo le lancette dell’orologio, mi sono precipitata prima davanti allo specchio, per assicurarmi di essere bellissima come lui mi aveva chiesto di essere, per poi volare giù dal mio angelo, pronta a riempirlo dei miei baci. Ho guardato il mio riflesso: ho indossato un bel vestito rosso, corto, per stasera. Ed è anche il più sexy che ho: ha una scollatura molto generosa, che risalta i miei seni tondi e sodi, mentre due laccetti sono legati dietro al mio collo, tenendo su il vestito; dietro, la mia schiena, è nuda e l’abito mi aderisce perfettamente ai fianchi e alla vita, evidenziando ancora di più le mie curve quasi perfette. I capelli, che di solito lascio sempre lisci, li ho fatti leggermente mossi verso la fine, creando dei bellissimi boccoli che mi ricadono sulla schiena e un po’ sul petto, facendomi sembrare addirittura più adulta di quel che in realtà sono; il trucco è leggero... Un tocco deciso e preciso con la matita nera, in modo da far risaltare maggiormente il blu intenso dei miei occhi, un po’ di ombretto rosa, una piccola passata di fard e, tocco finale, un bel rossetto perlato, delicato, piacevole a vedersi, che sa di pesca... Mentre me lo metto, penso a Lestat... ‘Chissà se gli piacerà, questo rossetto? Chissà se gli piace, il rosso del mio vestito? E se mi preferiva coi capelli lisci? E se il mio profumo gli dà la nausea?...’ Nella mia testa ci sono una marea di ‘chissà’ e di ‘se’... Ho il terrore di non piacergli, ma ormai è troppo tardi per cambiarmi. Di scarpe ho messo dei bellissimi sandali neri aperti, con i lunghi lacci che mi girano attorno al polpaccio, e infine dei piccoli orecchini d’argento e una collana con su un ciondolo a forma di croce veramente grazioso. Non so se al mio amore piacerò, ma, a mio parere, sono proprio convinta d’aver superato me stessa: sono semplicemente uno schianto. Ho sorriso alla mia immagine nello specchio e mi sono detta: ‘Forza, Aurora... Questa sera, sarà la più speciale della tua vita!’ E, chiuse le finestre e spente le luci, sono scesa giù... dove lui mi aspetta, all’ombra, immerso nella notte, col volto leggermente illuminato da un lampione: mi ha guardata, sbarrando leggermente gli occhi... E mi ha detto quelle parole che nessun uomo in tutta la mia vita m’ha mai detto. ‘Una rosa sbocciata in mezzo ad una foresta di spine’...! L’ho abbracciato, baciandogli il collo, con le lacrime agli occhi... Stranamente è caldo, cosa assai rara... Ma non ci dò troppo peso, emozionata e felicissima come sono.
« Ti amo... », gli dico nell’orecchio, stringendomi a lui, immergendomi nel suo profumo e nei suoi capelli di miele. Lui mi bacia la spalla con dolcezza, e io non resisto a non baciarlo di nuovo. Poi, a malincuore, mi stacco dal suo corpo caldo e lo guardo... e per poco non mi prende un attacco di tachicardia. « Lestat...! Sei... Bellissimo! » In tutta quell’oscurità, e anche dalla foga di vedere il mio amore, non mi sono resa conto di come si è vestito. Indossa con un completo favoloso, nero, di lino, straordinariamente elegante e allo stesso tempo sexy da far paura... Sotto ha però una camicia bianca, ma di un modello che non ho mai visto: è parecchio aperta, senza bottoni, e un po’ larga, dai risvolti dolci e larghi... Sembra una di quelle camicie del Diciottesimo secolo...! Non pensavo che Lestat potesse averne una così simile: non ha mai messo camicie così in tutto l’arco di tempo in cui ci siamo frequentati. Comunque gli sta d’incanto... Per il resto, ha dei pantaloni neri anch’essi di lino, le scarpe dello stesso colore dell’abito, lucide, e la giacca... è la stessa di quando ci siamo incontrati per la prima volta, quella con i bottoni d’oro. I capelli sono legati nella solita coda... mentre gli occhi che tanto amo e temo, stanotte, hanno una luce che non ho mai visto nello sguardo di Lestat... E anche il suo sorriso non è lo stesso. C’è qualcosa di strano... Non sembra il mio solito angelo... Mi sento tremare le gambe... Cosa mi sta succedendo?... Perché questo sentimento negativo mi sta penetrando nel cuore?...
« Ho chiamato un taxi, amore. È lì che ci sta aspettando... », dice lui, calmo, con quel tono perennemente suadente e ammaliatore che mi catturò il primo giorno in cui io e Lestat ci incontrammo per la prima volta al Black Sky. Mi prende a braccetto, e io sobbalzo per quel gesto improvviso: non mi sono nemmeno accorta che lui si è mosso verso di me...
« Sì... Andiamo... » Sorrido distrattamente, tenendo serrate le labbra e cercando di rilassarmi, ma a fatica... Intanto noto che, qualche metro più avanti, c’è parcheggiato il taxi di cui ha parlato Lestat: al volante c’è un uomo di circa quarant’anni dal singolare comportamento. Continua a guardarsi attorno impaurito, madido di sudore e pallido come un cencio, mentre le mani le tiene strette sullo sterzo, come se si stesse aggrappando dal terrore... Appena il suo sguardo cade su di noi, gli occhi gli si sbarrano e sul suo volto c’è dipinta la paura; inizia a tremare alla nostra vista, e le nocche delle mani diventano bianche, come le sue labbra. Io non capisco. Mi giro verso Lestat e lo guardo per un attimo: cammina tranquillo, rilassato, e sulle sue labbra c’è il suo classico sorrisetto accattivante, così terribilmente irresistibile... Deglutisco. « Lestat... È quello il nostro taxi...? » gli chiedo incerta e mantenendo a stento una voce naturale. Sorride e inarca un sopracciglio biondo...
« Sì, amor mio ». Ride. Io rimango perplessa e attonita a sentire la sua risata bassa e un po’ roca, che mi fa venire la pelle d’oca. Non mi piace il modo in cui si stanno svolgendo i fatti... Spero che sia solo una mia impressione... Arriviamo al taxi e Lestat mi apre lo sportello nel suo modo galante. « Prego, ma chère...! »
Riesce a rubarmi un sorriso. « Oh, grazie... »
Mentre salgo in macchina lancio un’occhiata al tassista che sta davanti a me, e mi accorgo con stupore che trema da capo a piedi: sento addirittura i suoi denti che sbattono tra di loro, e questo mi inquieta tantissimo, perché non so il motivo del suo terrore... Mi si pone un dubbio atroce: che c’entri qualcosa con Lestat? Vedo il suo sguardo passare ininterrottamente dallo specchietto alla strada davanti a noi, con il sudore che gli scivola in ogni parte del viso. È cadaverico, e sembrerebbe un morto, se non fosse per quegli occhi pieni di paura che sono vitrei, lucidi, sempre febbrilmente in movimento. Sento la portiera al mio fianco chiudersi, e pochi secondi dopo il braccio di Lestat cingermi dolcemente le spalle nude, per poi farmi avvicinare di più a lui. Trattengo un gemito di sorpresa, mentre lui mette l’altra mano sulla spalla dell’uomo al volante, e questi sussulta in modo spaventoso, esagerato, tremando come un malato e lasciandosi sfuggire un gridolino. Lestat si sposta leggermente in avanti, fino ad arrivare alla spalla del tassista, ora assolutamente immobile e tremante più che mai.
« Stasera sei un po’ agitato, amico » gli dice lui, a bassa voce, e l’uomo inizia a respirare incontrollatamente, « rilassati... Mi stai facendo fare una brutta figura davanti alla mia ragazza... »
« M-m-mi scusi t-tanto, s-signore... N-n-non s-si a-arrabbi!... L-le chiedo u-umilmente s-scusa!... » La voce dell’autista è tutta un fremito, un balbettio... Non riesce a parlare, e sembra che la presenza di Lestat lo spaventi più di ogni altra cosa al mondo. Io sono tesa come una corda di violino, e questa situazione mi sta mettendo a disagio. Terribilmente a disagio. Il braccio del mio irriconoscibile angelo francese mi tiene stretta a lui, al suo corpo caldo e profumato, ma se non fosse per quella stretta, sarei già scesa dalla macchina e corsa immediatamente a casa, al sicuro, lontana da quell’uomo sinistro che dovrebbe essere il mio Lestat, il mio amore, la mia vita... Adesso, invece, mi ritrovo a temerlo, ad avere paura di lui... Tutto, di lui, ora, mi fa paura...
« Non devi chiedere scusa a me, sciocco ». Lestat sorride e da una pacca sulla spalla dell’uomo, ormai ridotto a una carcassa umana. Poi si gira, mi guarda in modo accattivante, sensuale, provocante, e i suoi occhi grigi azzurrini brillano nel buio come quelli di un gatto affamato, facendomi stringere convulsamente la borsetta che tengo sulle gambe, in preda all’ansia. « Pensa piuttosto a chiedere perdono alla bellissima signorina che sta qui dietro di te: è inquieta grazie a te, non lo vedi? »
Sobbalzo appena sul sedile, meravigliata e colta alla sprovvista. Volgo a Lestat uno sguardo sconvolto, e l’uomo apre la bacca nel tentativo di dire qualcosa; ma non vi esce alcun suono. Mi sporgo leggermente in avanti, in un gesto veloce. « Ma no! Non si preoccupi! Il mio ragazzo sta solo scherzando, stia tranquillo! » Giro la testa e guardo Lestat con le sopracciglia aggrottate e le labbra tremanti. Sono furibonda. « Perché ti comporti così, stasera? Non lo vedi che quest’uomo è mortificato? »
Lui mi guarda zitto, immobile, con la pelle candida e luminosa che lo fa sembrare un fantasma; i suoi occhi sono fissi, penetranti, e io mi sento una scossa in tutto il corpo e le ginocchia iniziamo a tremare... Non lo riconosco più... Quello non è il mio Lestat! Non può essere il mio angelo!
« Hotel Gold Star » dice infine, e la sua voce è tagliente, fredda, distaccata come non lo è mai stata prima. L’uomo accende il motore e fa manovra, in pochi gesti febbrili e agitati, e in pochi secondi ci ritroviamo in strada, tra le vie luminose di New Orleans, che questa sera sembrano seguirci con tristezza, nella loro lucentezza e bellezza, mentre nell’aria si respira l’odore della città, della vita che scorre nelle case, nelle strade, nei locali... ovunque, e il tempo passa inesorabile come la sabbia tra le dita. Guardo fuori dal finestrino la mia amata città, la mia casa, come non l’avevo mai guardata; New Orleans è triste, malinconica, stasera... E più ci allontaniamo con la macchina, più mi viene da piangere. Anche la città sta piangendo... Il cielo si sta oscurando di nuvole nere come le tenebre, e un lampo illumina l’orizzonte in lontananza, seguito subito dopo dal ruggito di un tuono: l’odore della pioggia è già presente nell’aria, e un vento insistente costringe la gente a chiudersi bene nelle giacche. Un mano mi sfiora il viso... È Lestat. Sospiro, quasi con rassegnazione, e gli accarezzo il dorso con lentezza, sentendo sotto le mie dita la sua pelle di velluto... Chiudo gli occhi, e lui mi prende il volto tra le mani: mi accarezza col pollice le gote, con dolcezza infinita, ma sempre con quel distacco anormale, che mi uccide, ed è come se per un attimo fosse tornato il dolce Lestat di qualche giorno fa. Si avvicina, e mi bacia con delicatezza le labbra, e io, ormai sotto il suo controllo, mi limito a ricambiare con tristezza il bacio del mio angelo francese, mentre una calda, pura lacrima mi scivola sulla guancia, bagnando le dita di Lestat... Perché, nella mia vita, è andato tutto male? Perfino la persona che amo mi sta facendo soffrire... Perché tutto questo dolore, Dio? Cos’ho sbagliato? Non provo niente in questo bacio, nessun sentimento, se non rancore... Ho perso la voglia di vivere, ormai la vita per me non ha più alcun senso... Non c’è motivo per cui devo continuare ad esistere. Lestat... Lestat, angelo mio, solo tu mi puoi togliere questa sofferenza, non è vero?... Sin dal primo giorno che ti ho conosciuto ho sempre pensato che tu mi avresti tolto ogni sofferenza... In un modo o nell’altro. Questo sarebbe il più bel regalo che mi potresti fare.
Ci dividiamo piano, e io appoggio la testa sul suo petto nudo e perfetto, tenendo gli occhi socchiusi e la mano aggrappata alla sua camicia bianca, e guardo di nuovo l’autista, che sembra apparentemente più calmo... Ma qualcosa attira la mia attenzione; osservo nell’oscurità il suo colletto, lievemente coperto dal pullover marrone: una macchia scura luccica leggermente sulle vesti ad ogni intervallo dei fari, sporcando anche la camicia azzurra. Ma non si vede bene per capire cosa sia... E questo mi lascia per l’ennesima volta sconcertata, all’oscuro di tutto. E mi risale alla mente l’episodio della sera in cui mi sono lasciata con Lestat dopo la buonanotte, quel giorno di una settimana fa, quando scoprii di avere l’orecchio e il labbro stranamente sporchi di sangue. E se tutto fosse collegato con Lestat...? Cosa significherebbe?... Oh, ma tanto cosa importa... Sta per finire tutto.
Passano circa dieci minuti. Il tassista parcheggia la macchina vicino ad un hotel enorme, bellissimo, immenso; all’ingresso si leggono a chiare lettere le parole scritte in oro ‘Hotel Gold Star’ seguito da cinque stelline. Per poco non mi viene un infarto... Lestat è tanto ricco da permettersi un cinque stelle? Perché non me l’ha mai detto?
« Siamo arrivati, ma chère. Scendi pure e vai alla reception: fatti dare la chiave numero 919 sotto il mio cognome e aspettami pure in camera, mentre io pago il nostro amico », mi dice lui, con tono affabile e premuroso, carezzandomi la chioma con gentilezza, mentre il tassista s’irrigidisce e il tremolio sulle sue labbra aumenta impercettibilmente alle parole di Lestat.
« D’accordo. Ti aspetto » gli rispondo, ignorando l’uomo, e sorrido debolmente al mio angelo... Scendo elegantemente dalla macchina, e prima di entrare nell’immenso edificio, mi giro piano verso il taxi: Lestat è sceso, ed è appoggiato al finestrino dalla parte dell’autista; quando si alza al di sopra del tettuccio della macchina, mi vede e sorride appena, facendomi cenno di entrare, e subito dopo lo vedo tirare fuori delle banconote dal portafogli e darle al tassista. Si allontana dalla macchina, con le mani nelle tasche dei pantaloni neri, e al suo passo ogni donna si volta verso di lui, il che mi fa sorridere amaramente... Lui intanto è venuto vicino a me.
« Ancora qui, chèrie? Su, sali: non voglio che prendi freddo... » Ride, e io gli sorrido.
« Sì... Scusami, tesoro... »
« Vado un attimo dal personale a parlare un secondo col direttore dell’hotel », mi spiega. « Ci metterò un po’, va bene? »
« Tranquillo, sono abituata a stare sola... »
Lui mi bacia, facendomi fremere e irrigidire. Giro sui tacchi e cammino piuttosto velocemente verso la reception dell’hotel, mentre vari occhi di uomini mi seguono mentre mi muovo; al bancone c’è una vecchia signora dai capelli d’argento e il viso dolce, e appena mi vede sfoggia un sorriso gentile.
« Mi dica, signorina ».
« Stanza 919. Il nome è Lioncourt » dico in tono piatto, un po’ malinconico, e la vecchia davanti a me s’affaccenda a prendere una piccola bellissima chiave di bronzo, mentre le iniziali ‘GS’ dell’hotel brillavano tra le sue dita grassottelle. La ringrazio, e mi dirigo verso l’ascensore, dove un cameriere attende al suo interno vicino ai comandi della macchina. Vi entro dentro e dico il numero della camera al ragazzo, che avrà avuto sì e no la mia età. Quando mi guarda lo vedo arrossire... Faccio finta di niente, e volgo lo sguardo verso l’entrata, dove prima Lestat mi ha lasciata: il taxi è ancora parcheggiato a pochi metri dall’edificio, sotto un lampione, immobile. Perché è ancora lì?... Un brivido di gelo mi serpeggia improvvisamente dietro la schiena fino a farmi rizzare i peli sulle braccia e sulle gambe incontrollatamente, e mi stringo tra le braccia cercando di riscaldarmi; eppure non è per il freddo che mi sono venuti i brividi... Appena le porte dell’ascensore si chiudono, mi sento già meglio: la vista di quel taxi immobile, col motore spento, sotto quel lampione della luce avevano un’aria estremamente tetra. L’autista non l’ho nemmeno visto... Ho un brutto presentimento, che mi fa rabbrividire di nuovo, gelandomi il sangue nelle vene, e la visione di quel colletto sporco di quel liquido scuro mi fa pensare subito a Lestat... Già, dov’è adesso?...
« Prego, signorina, siamo arrivati » dice il ragazzo vicino a me, facendomi tornare coi piedi per terra, allontanando momentaneamente i miei pensieri oscuri dalla testa. Lo guardo spaesata e accenno un sorriso triste come mai mi erano venuti. Esco dall’ascensore e guardo una piantina attaccata alla parete di quel piano: la stanza 919 è proprio dietro a quell’angolo davanti a me... Cammino, girando la testa a destra e a sinistra, e finalmente la trovo. Inserisco la chiave e apro lentamente la bellissima porta blu... Non mi ci vuole molto per capire che quella è una suite.
Appena entro mi si presenta davanti un salotto stupendo; ci sono delle poltroncine rosse di velluto intorno ad un tavolino circolare di noce, e sopra ad esso ci sono degli oggetti di cristallo e una candela. Le pareti sono coperte di specchi e quadri dalle cornici d’oro, delle bellissime piante grasse danno un tocco di colore alla stanza e sopra, in mezzo al soffitto - bianco come le altre pareti - sta un meraviglioso lampadario di cristallo grande quasi quanto me, dai mille riflessi e colori... Un televisore enorme in una parte, uno stereo in un angolo, un telefono su un tavolino tondo d’argento... Per il resto, ci sono troppi particolari per descrivere la bellezza e l’eleganza di questa suite da sogno... e pensare che è solo il salotto...!
Chiudo la porta, senza smettere di ammirare lo splendore della stanza, e mi addentro camminando piano, ormai credendo di essere capitata in una reggia; noto che nel salotto c’è anche un graziosissimo balcone con tanto di tavolino di cristallo, sedie del legno più costoso e dei fiori... Che bellezza... Mi giro, e mi dirigo verso un’altra stanza: davanti a me si presenta il bagno più bello che abbia mai visto. Resto senza fiato alla vista di quelle pareti bianche e immacolate, tappezzate di specchi..., al marmo bianco dove vi sono incisi due splendidi lavandini, fino ai porta-asciugamani d’oro e alla varietà infinita di profumi e saponi che vi sono; ma la cosa più bella è la vasca... Anche la doccia è splendida, stupenda, ma la vasca è ad idromassaggio, circolare, enorme, con i contorni in oro e i rubinetti pure, mentre una schiera di sali per il bagno, shampi, bagnoschiuma e creme stanno messi con ordine spaventoso a seconda del prodotto - o addirittura del colore - in questione. Passerei la mia vita in questo bagno, in questo lusso sfrenato... Che però non posso permettermi, e che, lo so, non mi renderebbero comunque felice... Nemmeno se stessi con Lestat. Esco da quel piccolo paradiso, con passi pesanti e gli occhi fissi su tutto ciò che c’è nella suite che mi colpisce profondamente; poi, arrivo finalmente alla stanza che tanto volevo vedere, nella quale si svolgeranno le mie ultime sofferenze: la camera da letto... Appena metto piede in questa terza stanza, è come se qualcosa mi fermi. Tremo leggermente, perché è il mio stesso inconscio che mi dice che ho paura, che mi dice di andarmene finché sono in tempo, prima che arrivi lui... Ma io ho ormai deciso, e senza neanche pensarci due volte metto a tacere il mio secondo Io. Cosa importa, tanto...? Cosa ho da perdere, io?...
C’è un pianoforte bianco nella camera, e in un angolo intravedo la bella e lucente custodia di un violino. Lestat non mi ha mai detto di essere anche un musicista. Guardo il bellissimo letto a baldacchino che sta proprio di fronte a me... Sembra il letto di un re... È rosso, immenso, dall’aria accogliente e calda... È il letto perfetto per una notte d’amore. Ma per me non sarà così. No. Mi avvicino e accarezzo le lenzuola con le dita: è tanto soffice, morbido... Sembra la pelle del mio angelo, soltanto che lui è bianco, candido... freddo. Lestat comunque ha un gusto davvero spiccato per il lusso... Me lo immagino, bellissimo e nudo, con un’altra donna bellissima e formosa sotto le lenzuola, mentre lei gioca con le sue chiome bionde e setose con le dita, e lui, il mio Lestat, che le bacia il seno e il collo con quelle sue labbra rosse e perfette... Ooh, quante donne saranno passate, in questo letto? Quante, di queste, ti ha amato come me, angelo mio?...
« Che cosa...? », dico involontariamente, sorpresa, mentre la luce svanisce e al suo posto vi sono delle lunghe candele che illuminano con luce fioca la camera, lasciandomi per un attimo stupita. Poi sento le sue mani sui fianchi, il suo bacino contro di me, il suo petto seminudo contro la mia schiena nuda e calda, e le sue labbra soffici contro il mio orecchio. Sento cedermi le ginocchia e riesco solo a mormorare il suo nome, mentre i suoi capelli d’oro mi sfiorano la spalla... « Lestat... » Non ho fiato... E non so se è per l’eccitazione, o per la paura... Oppure, semplicemente, per la felicità di potermi liberare di ogni sofferenza.
« Scusa se ti ho fatto aspettare, amore mio... », mi sussurra all’orecchio, mentre dietro di me il suo sesso duro e straordinariamente eccitato preme contro il mio corpo, ormai ridotto a un fremito. Mi lascio sfuggire un gemito, e la vista mi si annebbia... « Finalmente non ti farò più aspettare la cosa che tanto desideri... È solo questione di tempo, principessa, solo una questione di tempo, e il tuo Lestat esaudirà il tuo sogno... »
« Lestat... », lo chiamo, con voce flebile, ancora, mentre chiudo gli occhi e gli accarezzo i capelli con le dita, e con l’altra mano, la destra, guido la sua, prima stretta al mio fianco, verso il mio seno, quello destro... « tu sei il mio angelo... tu sei un angelo. Dimmi la verità, Lestat, dimmi che è così... », ansimo mentre lo dico, perché l’eccitazione sta prendendo ormai il sopravvento su di me, e anche su di lui. La sua mano bellissima e forte continua a massaggiarmi il seno, a soppesarlo, sempre con un ritmo lento ma deciso, facendomi bagnare... Lo sento ad un tratto fermarsi, e un attimo dopo sento che mi gira verso di lui: i nostri visi vicinissimi, i nostri bacini a contatto, le nostre labbra impazienti di baciare, leccare, succhiare... Gli occhi azzurri di Lestat mi fissano in un’immobilità quasi innaturale, che mi fa rabbrividire; mi tiene stretta a lui, e io mi tengo alla sua camicia bianca, quasi completamente aperta... La sua pelle è calda... Tanto calda e profumata...
« Io... », mi sussurra allora, con le labbra a un millimetro dalle mie, spingendomi verso il letto, « ... sono... », mi fa sdraiare, senza mai smettere di fissarmi con quei suoi occhi di ghiaccio, e io retrocedo sempre più indietro, nel letto, mentre lui avanza come un gatto sopra di me, serio, leggermente ansante, bello e terrificante... « ... un Angelo Nero ».
Lo guardo immobile, col cuore in gola e il corpo che ormai è diventato indipendente ai comandi della mia mente... per un attimo restiamo entrambi a fissarci, poi io gli prendo piano il viso tra le mani, con dita tremanti, avvicinandolo ancora di più al mio, mentre sento il suo respiro caldo sulla pelle...
« Allora prendimi ».
Le sue labbra accennano un sorriso impercettibile, ma che non esprime il benché minimo sentimento. Né felicità, né gioia, né amore. Ha sorriso come per rassegnazione, come se le mie parole lo avessero in un certo senso stupito, sorpreso, ma non in modo particolare... Mi bacia dolcemente sulle labbra, mordicchiandomi leggermente il labbro inferiore e carezzandolo con la sua lingua fantastica; la mia testa è appoggiata ad un soffice cuscino bianco, candido, e Lestat si mette a giocare con una mia ciocca di boccoli, ora sparpagliati sul tessuto, e mi bacia, facendomi battere forte il cuore... Tengo gli occhi chiusi, immersa nel piacere misto alla sofferenza, e mi sento come un burattino tra le mani del mio angelo, mentre l’amore e la paura si scontrano in me. Lo sento alzarsi un attimo, ma di poco, interrompendo così il bacio: la sua mano smette di giocare coi miei capelli e mi accorgo che mi sta slacciando il vestito dietro il collo...; le sue dita affusolate scivolano sulla mia pelle, portando con loro anche il mio abito rosso, seguito subito dopo dalle mie mutandine bianche e dalle mie scarpe, facendomi rimanere completamente nuda sotto Lestat, che, lo sento al tatto, è ancora vestito. Avverto di nuovo le carezze dell sue dita sulle gambe, che pian piano salgono, esplorando ogni centimetro della mia pelle bollente, fino a quando non sento anche la bocca del mio amore malvagio fare dei piccoli cerchi, delle piccole linee sul mio busto, vicino al mio ombelico, leccandomi di tanto in tanto, quel che basta per farmi gemere e bagnare sotto di lui; poi sale sempre di più, e ambo le mani si chiudono sui miei seni nudi e sodi, sui miei capezzoli turgidi, stringendo e palpando con energia, quasi fino a farmi male, ma procurandomi lo stesso un immenso piacere... Finora io e lui ci siamo limitati a baciarci, ad abbracciarci, accarezzandoci con dolcezza, e mai ci siamo spinti oltre, mai. Intanto Lestat mi stampa marchi rossi sul petto, sospirando e continuando a toccarmi il seno, per poi scendere di nuovo con la punta della lingua, per andare a stuzzicare un mio capezzolo, che ben presto inizia a succhiare, a leccare, facendomi gemere sempre più forte, mentre la mia schiena si inarca e le mie mani, poco prima abbandonate sul cuscino, iniziano ad esplorare il corpo del mio amante, sotto la camicia, scoprendogli le spalle e buona parte del torace, mostrando così un fisico mozzafiato e caldo, imperlato appena di sudore, che sembra tinto di rosso, al riflesso della luce delle candele, con i muscoli tesi sotto la pelle immacolata e di velluto... Gli passo le mani dietro la schiena, sentendo così ogni centimetro di lui che si muove a seconda dei suoi movimenti; inizio ad accarezzarlo, andando su e giù per la spina dorsale, procurandogli dei piccoli versi d’approvazione... Ma lo sento fremere molto più forte, quando le mie mani gli esplorano il petto, e il mio indice e il mio medio si stringono sui suoi capezzoli, anch’essi inturgiditi dall’eccitazione. Non resisto a non baciargli il collo... Affondo le mie mani nella sua chioma, e inizio a succhiargli il lobo dell’orecchio, allargando inevitabilmente le gambe, ormai al limite. Con baci carichi di passione, accompagnati dalle mie mani, tolgo la camicia a Lestat, gettandola via, e intanto le sue mani hanno colto l’occasione per esplorare un’altra parte di me, la più intima, la mia delicata... Con una mano mi tiene le gambe divaricate, ma con l’altra tocca, accarezza... Fino a quando non sento un suo dito penetrarmi lentamente... A quel gesto m’inarco, il respiro mi diventa più affannoso e una vampata di calore mi fa schizzare via il cervello e la vista: si muove dentro di me, mentre i suoi occhi mi fissano immobili, senza espressione, e la sua bocca è schiusa e rossa a furia di tutti i baci e i succhiotti che mi ha dato e fatto; i capelli sono un po’ spettinata, sciolti, e le ciocche ondulate e bionde gli coprono appena il viso stupendo, ora sudato... E continua a fissarmi mentre gemo, grido, afferro le lenzuola e le stringo convulsamente, chiamando il suo nome, piano, innamorata, ma temendo il mio stesso amore...
« Lestat... Ahh... Lestat!... Ti prego... vieni... dentro... di me...! »
Sorride. Io lo guardo implorante e ansimo. Poi lo sento uscire da me, piano, e io sospiro... Lestat mi si avvicina al viso e mi bacia con passione, come se si volesse mangiare le mie labbra con i baci...
« Chiudi gli occhi, bambina mia... », mi sussurra lui, con le labbra contro la mia guancia... Lo fisso leggermente intimorita, e lui mi sorride dolcemente, scostandomi i capelli dal viso con una mano... « Non temere ».
Continuo a fissare i suoi occhi, così splendidi ma freddi, mentre la luce calda delle candele illuminano i nostri corpi in un gioco di luci ed ombre, e il mio cuore batte forte... Chiudo gli occhi, come lui mi ha detto, ubbidendo come una brava ragazza; fuori si sente il rumore della pioggia... Sta piovendo forte. Con tutto quel che è successo, non mi sono nemmeno accorta che è scoppiato un temporale... Proprio mentre il mio angelo mi gira supina, un tuono rimbomba in lontananza, e il vento soffia forte, facendo sbattere la pioggia contro i vetri della finestra...
C’è un movimento. Odo dei fruscii, uno spostamento di vestiti, di stoffa, e capisco che è Lestat che si sta liberando degli ultimi indumenti... Stringo forte il cuscino, fremendo emozionata e impaurita, preparandomi alla penetrazione... Lui sta ansimando appena, impercettibilmente, e mette le sue mani sui miei fianchi, per poi sollevarmi appena le anche, tenendo una mano bollente sul mio ventre altrettanto caldo... Si sistema tra le mie gambe, e tutto succede in una sequenza di gesti apparentemente lenti, ma veloci: il suo membro che entra in me, deciso, senza esitazione, duro e vigoroso quasi fino a farmi male, bollente, imperioso in tutta la sua virilità...
« Ahhh... Ahhh... » Gemo, gemo e gemo, come non ho mai fatto, stringendo convulsamente il lenzuolo e il cuscino, inarcando la schiena più che posso, mentre i capelli biondi di Lestat scendono anche sul mio viso, mischiandosi ai miei; e mentre spinge, prendendo un ritmo sempre più veloce, sento i nostri corpi fondersi in un unico essere, in un’unica anima, in un solo corpo, come se la nostra pelle fosse la stessa, e i nostri cuori battessero con la stessa velocità, e i nostri sospiri, i nostri gemiti, le nostre urla eccitate, si uniscano in un unico suono, che non sembra nemmeno provenire dalle nostre gole, ormai secche...
Lui tiene la testa appoggiata sulla mia spalla sinistra, e posso avvertire il suo respiro che mi sposta appena i capelli e che mi sfiora il volto, mentre i suoi gemiti non fanno altro che eccitarmi ancora di più, facendomi abbandonare al piacere per l’ultima volta. Sento ancora il suo profumo... Il mio rossetto, invece, è completamente andato via, ma al suo posto c’è il colore naturale delle mie labbra delicate e rosse, ma mai belle e succose come quelle di Lestat adesso... Intanto lui mi tiene le mani con le sue, facendomele sprofondare contro nel cuscino, zuppo del nostro sudore come le lenzuola, e ad ogni colpo di bacino del mio angelo esperto, anche le mani stringono di più, leggermente tremanti, ma sicure.
Il suo sesso affonda per l’ennesima volta nel mio orifizio con scioltezza, e tra le mie gambe sento soltanto un forte calore e un’intesa umidità, che facilita l’intrusione di Lestat nel mio corpo oramai suo... Sento la soffice peluria del suo pube strofinarsi contro le mie piccole natiche, e i muscoli si tendono ad ogni gesto, ad ogni spinta, ad ogni gemito di lui... E proprio con quest’ultima spinta, entrambi raggiungiamo con un sospiro profondissimo l’apice del piacere, quel fugace momento che per me sembra durare molto di più, mentre per Lestat è come una veloce liberazione da un grande peso. I nostri corpi si rilassano; smetto di stringere il cuscino e le lenzuola tra le mie dita e riprendo lentamente fiato, col viso in fiamme e il fisico distrutto, ma con un senso di malinconia e di tensione che continuano a sovrastare i miei sentimenti, nonostante abbia passato l’esperienza sessuale più bella della mia vita con l’amore che, fino a ventiquattro ora fa, credevo essere l’uomo perfetto per me... Ma, in un certo senso, mi sbagliavo. Lestat collassa sopra di me, e subito dopo lo sento uscire dal mio Segreto, lentamente, per poi restare steso sul mio corpo inerme, con ancora le sue mani appoggiate sulle mie. Quando riapro piano gli occhi, tutto mi sembra ricomparire più chiaramente: vedo la luce soffusa avvolgere la stanza, ma sembra molto più luminosa, dato che mi sono abituata a vedere nell’oscurità; i suoni, che per un attimo mi sono sembrati sparire nell’attimo in cui raggiungevo l’orgasmo, ricompaiono improvvisamente con un rumore che mi pare assordante: la pioggia batte contro i vetri con molta più violenza di quanto non ricordassi, e i lampi, seguiti subito dopo da dei tuoni spaventosi, illuminano la camera e i nostri corpi con la loro luce bianca... E poi, per ultima cosa, sento di nuovo quel senso di paura e di terrore che avevo quando ero in quel taxi, insieme a Lestat, nel cuore e nella mente; respiro pian piano più forte, ma poi sento la bocca di lui contro l’orecchio, procurandomi una scossa di sorpresa.
« Non fingere con me, amor mio: lo so che hai paura di me, lo so che mi temi e mi ami allo stesso tempo. Io so tutto su ciò che provi o pensi, perché io non sono umano... », mi bisbiglia con una voce suadente, roca, ma distaccata e fredda, e sono le sue parole che mi fanno rabbrividire. Provo a parlare, ma le parole mi si bloccano in gola per via del panico crescente... « ... E anche tu sai che non sono semplicemente un uomo, vero? L’hai capito particolarmente stasera, quando siamo saliti sul taxi: ti meravigliavi a vedere la reazione di quell’uomo alla mia vista, e ti spaventavi quando mi guardavi negli occhi, quando ti toccavo. Lo sapevo, sai? Sapevo cosa provavi, cosa pensavi... » Le sue mani si stringono sui miei polsi, bloccandomi in una morsa di ferro, e io, povera illusa, cerco di girarmi verso di lui, pronta ad affrontarlo. Ma tutto e inutile. Lestat si ferma un attimo, e poi fa una risata amara... « Sei bellissima, Aurora... Ti amo... Per me è un onore prendere una fanciulla di tale bellezza, freschezza e giovinezza... Tu hai dato l’invito, e io l’ho colto al volo: sin dall’inizio mi attiravi... Mi piaceva vederti ballare, in quel locale, con tutti gli altri uomini che ti mangiavano con gli occhi, mentre ti muovevi... Ma nessuno è mai riuscito ad aprire il tuo cuore come io ho fatto, bambina mia... » Respiro forte, col cuore che mi sembra uscire dal petto, e gli occhi sono sbarrati a fissare un punto indefinito della stanza, mentre un lampo ci illumina entrambi. E poi, all’improvviso, Lestat mi volta velocissimamente verso di lui con un solo gesto, riuscendo a farmi girare con la forza di una sola mano, e io mi ritrovo a faccia a faccia con lui: mi fissa con avidità, ancora desideroso di qualcosa, e la sua pelle bianchissima risplende sotto la luce delle candele, facendo sembrare Lestat una figura spettrale, ma comunque attraente; aspetto che mi dica qualcosa, mentre il mio seno si alza e si abbassa seguendo il ritmo affannoso del mio respiro... È incredibile... Nonostante abbia una paura folle di lui, il mio angelo, non riesco ancora a non amarlo... Lui è stato il mio primo, vero e unico amore...! È stato lui a regalarmi la felicità, è stato lui a farmi battere il cuore!... Mi mordo un labbro, cercando inutilmente di trattenere le lacrime, e lui se ne accorge, ovviamente... Mi guarda col suo sguardo glaciale, e mi fa scivolare un dito bianco prima sulle labbra, poi sul mento tremante, fino a scendere alla base del collo; inizia a studiarmelo con attenzione, facendo qualche massaggio col pollice su e giù, come se stesse già pregustando qualcosa... E poi inizia a parlare, di nuovo. « ‘Leva le mie sofferenze’, continui a dirmi col cuore... Io stasera ti ho preso il corpo... », scivola piano col dito verso il mio seno e solca le mie curve tonde e sode, accarezzandole e sentendone la morbidezza, mentre io resto zitta e continuo a fissare ogni suo gesto, qualunque esso sia, tremante... « ma adesso dimmi, Aurora: mi lascerai prendere anche la causa delle tue sofferenze, regalandoti finalmente ciò che desideri, la pace? »
Un tuono fa tremare i vetri dopo che Lestat pronuncia queste parole, e io rimango in silenzio, momentaneamente incapace di pensare... Quelle parole mi hanno improvvisamente fatto passare la paura: la fine delle mie sofferenze... Niente più dolore, niente più pianti, niente di niente... La pace è l’unica cosa che Lestat può darmi, prendendomi, e tutto mi sembra stranamente più calmo... Perfino il mio cuore ora ha un battito normale... Le mie mani e le mie labbra non tremano più... Le palpebre dei miei occhi scendono leggermente, e i miei occhi si spostano un momento verso un punto indefinito davanti a me...
La fine delle mie sofferenze... La pace...
Le mie labbra si schiudono, e le parole che prima non volevano uscire dalla mia gola, adesso le pronuncio con una calma e un sicurezza che sconvolge anche me stessa. Non ho paura. Non temo più niente. Aspetto... Aspetto solo lui, il mio angelo: Lestat...
« La mia vita ormai è tua. Sono pronta, non ho paura... E mi fido di te, chiunque tu sia, Lestat de Lioncourt ».
E così dicendo, gli accarezzo il viso umido con la mano, dolcemente... E chiudo gli occhi, quando sento il suo volto affondare nel mio collo: una serie di piccoli baci mi ricoprono di brividi, ma poi, quando la sua bocca carnosa giunge nell’incavo che c’è tra la spalla e il collo, alla mia destra, sento la sua presa rafforzarsi attorno a me, facendo in modo che io resti immobile; all’inizio non capisco perché, e sento Lestat fermarsi un attimo, come se fosse per un attimo incerto; ma subito dopo l’incertezza svanisce, e la bocca di lui mi stampa un profondo bacio nel collo... e un dolore acuto che proviene mi fa sobbalzare: è come se due punture mi perforano la carne, lì dove Lestat è ora; i denti continuano ad affondare nel collo, sempre più in profondità, facendomi aggrappare dal dolore sordo alla schiena del mio amore mortale, graffiandolo senza volerlo con le unghie, tenendo gli occhi sbarrati e trattenendo le grida di dolore con immenso coraggio... In un movimento fugace degli occhi, mi guardo le mani, con le quali mi sono aggrappata a Lestat: i miei palmi sono bagnati di un liquido rossastro... Guardo meglio, e mi accorgo che anche le spalle, la schiena, le braccia del mio angelo sono imperlate di quelle gocce di rubino... E pure il mio corpo, ora che me ne rendo conto, è inumidito da quelle gocce, che sono senz’altro di lui...
... È il suo sangue...
Subito dopo, sento qualcosa di umido e caldo bagnarmi la spalla, e quando abbasso lo sguardo mi accorgo di un rivolo lucente e scuro che mi scivola sulla pelle. Il mio sangue. Chiudo gli occhi, decisa a non guardare, senza però smettere di tenermi stretta a Lestat, che lo sento succhiare e bere in quel bacio mortale, mentre le energie piano piano mi abbandonano, il respiro diventa impercettibile, e il battito del mio cuore mi rimbomba come il suono di un tamburo nella testa. E c’è anche il suo, di battito... È un suono assordante... In questo momento siamo una cosa sola. Ed è un’unione molto più profonda e completa di quella di un rapporto sessuale: ora siamo uniti dal sangue... Sì, il sangue... È quella la chiave... Sento una mano che mi carezza il viso...
Lestat...
Cerco di aprire gli occhi e di chiamare il suo nome. Ma i miei occhi non si aprono subito, come pensavo... Le mie forze sono ridotte a un soffio di vento, e solo con uno sforzo a me sovrumano riesco a schiuderli, e le immagini sono offuscate, indistinte, come se qualcuno m’avesse messo un velo davanti agli occhi... Di suoni non ne sento; tranne quel rumore assordante di tamburi, di battiti, che mi impedisce di sentire; e mentre il mio cuore diventa sempre più debole, sento il suo battere più forte...
Le mie mani lasciano la sua schiena, il suo corpo, con un abbandono simile a quello del sonno, anche se so di non dormire. Ora non riesco nemmeno a muovermi... Sto morendo... E io accolgo la Morte al mio seno, mentre le mie lacrime di felicità bagnano il cuscino, e le mie labbra si stirano in un sorriso debole ma sereno...
Io ho la Morte abbracciata a me... E con il suo bacio mi sta dando la pace eterna, la serenità che tanto bramavo e mai trovavo...
E poi, come in un film, vedo la mia vita come l’ho vissuta... I miei ricordi: una bambina dalle guance rosse e le trecce che tiene stretta al petto ancora infantile una bambola di pezza dai vestiti sgualciti che lei aveva tentato inutilmente di abbellire usando dei suoi vecchi vestitini... Una bimba un po’ più grande festeggia il suo settimo compleanno chiusa nella sua cameretta, da sola, mentre piange e cerca di curarsi con uno straccio bagnato i lividi che il padre ubriaco le ha fatto... Una bambina di undici anni aspetta invano che il padre la venga a prendere al ritorno dalla gita scolastica fino alle undici di sera... Un’adolescente dai capelli lunghi torna alle tre di notte a casa col volto segnato, i vestiti impregnati di fumo e il corpo violato... Una bella ragazza di diciotto anni scappa di casa dopo essere stata picchiata per l’ennesima volta dal padre... Una ventenne balla in un pub e ogni sera si ritrova a letto con un uomo diverso... E poi c’è lui... Un angelo dai capelli biondi e gli occhi azzurri mi sorride e mi fa innamorare... Un angelo vestito di nero mi bacia davanti alla porta di casa mia... Un angelo mi tiene abbracciata, mentre camminiamo per New Orleans di notte... Un angelo mi dice frasi d’amore che non ho mai sentito... Quello stesso angelo francese mi sorride con una strana luce negli occhi... Un taxi dall’aria tetra rimane immobile sotto un lampione... Una camera d’hotel è illuminata di candele e un pianoforte e un violino giacciono in una parte, come se fossero stati dimenticati... E ora il mio angelo mi guarda. Ma il suo sguardo è offuscato... Non lo vedo bene, non distinguo i contorni... Con un ultimo sforzo metto a fuoco la vista. Lo vedo, finalmente; mi sta accarezzando la fronte, i capelli, con delicatezza, come se avesse paura di farmi male...
È caldo... Piacevolmente caldo... Ora sono io, quella con la pelle gelata...
Non riesco a reagire... Vorrei baciarlo, tenergli la mano nella mia... Ma sto morendo, e questi semplici gesti per me ora sono impossibili. Sul suo sguardo c’è un’ombra di tristezza, lo vedo: è addolorato, trattiene a stento un sentimento represso... Quale, non lo so... Ehe... Lestat, amore mio, mia paura, mia felicità, mia liberazione!... Che cosa sono quelle lacrime di sangue nei tuoi occhi impenetrabili...? Piangi la mia morte...?
Sì, mia dolce Aurora...
Ma come... Proprio tu, che mi volevi prendere anima e corpo... Pensavo che non fossi capace di piangere, Lestat!...
Mi sorride amaramente... Un rivolo di sangue gli scende da un angolo della bocca, e una lacrima di rubino gli riga la guancia candida, ora più rosea... Si piega su di me, e mi bacia dolcemente sulle labbra...
Grazie per avermi fatto tornare umano per un fugace momento, stasera: non ti dimenticherò mai... Addio, chèrie.
Mi chiude gli occhi con le dita... E poi la mia anima si solleva dal mio corpo, come una nuvola, ascendendo... Dico addio col cuore al mio mondo, alla mia città, e alle mie sofferenze...
Una donna identica a me mi viene incontro a braccia tese: sorride, mentre una luce mi abbaglia leggermente la vista...
Vieni, piccola mia, vieni con me...
Le prendo la mano, e finalmente posso vedere il volto di mia madre. Com’è bella... È serena, come me... Adesso capisco tante cose... Capisco perché papà soffriva quando rivedeva il suo volto nel mio viso... E io sono stata ingiusta con entrambi. Ma ora non ha più importanza...
Aspetta...
Le dico, e mi volto verso il basso, dove il mio corpo mortale giace sul letto, con ancora il sorriso sulle labbra... E Lestat, il mio dolce temibile amore, piange in silenzio lacrime di sangue... Mi avvicino a lui, gli dò un bacio incorporeo sulle labbra, che lui non avverte...
Addio, mio amato Lestat...
Riprendo l’ascesa, abbracciata a mia madre, dirette verso il cielo, volgendo l’ultimo sguardo al mio Angelo Nero dai capelli d’oro.