Happiness

(Questa è un’altra delle mie strampalatissime fanfic: parla della storia d’amore fra Zoro e Maho, altro personaggio creato dalla mia fervida fantasia. Spero che vi piaccia. Per critiche e commenti: selphiechan@msn.com)

«Nome: Maho

Età: 18 anni

Professione: Pirata

Pirata???

Ok, ok posso capire che non sia la cosa più normale del mondo fare i pirati, ma che ci posso fare? Ad essere sincera, avevo molti progetti per il mio futuro, ma quello di fare il bucaniere…bah! Diciamo che sono stata colta di sorpresa dalla mia stessa decisione. Ma del resto, cosa potevate aspettarvi da una che si chiama Maho? È il nome più assurdo che esista: ricorda il verso di un gatto! Comunque…

Ero una ragazza come tante altre, studiosa e amante della lettura. Vivevo in un villaggio in riva al mare, con un grande porto al quale attraccavano e attraccano tuttora moltissime imbarcazioni. E fra queste imbarcazioni un giorno apparve anche lei, la Going Merry.

Per andare a scuola passavo proprio per il porto. Difficile descrivere il mio stupore alla vista di quell’imponente veliero. Ancora più difficile descrivere lo stupore che provai nel constatare che quella era la nave della ciurma di Rufy: ne avevo tanto sentito parlare, e mi sarebbe piaciuto far conoscenza con quei pirati. Fui così fortunata da capitare davanti alla Going Merry proprio mentre un ragazzo alto e biondo scendeva a terra. Era così immerso nei suoi pensieri che mise il piede in qualche buca (probabilmente riuscì a beccare l’unica buca di tutto il porto) e cadde a terra, travolgendomi in pieno. Non vi sto a descrivere la scena: vi basti pensare che se qualcuno fosse passato per di lì in quel momento ci avrebbe tranquillamente scambiati per una coppietta un po’ troppo focosa.

La mia faccia diventò di tutti i colori possibili e immaginabili, mi vergognavo come una ladra. Il biondino, invece, si alzò tranquillamente da terra, si ripulì i vestiti e mi chiese scusa, quindi si allontanò in direzione della mia scuola. Io ero in condizioni pietose: cadendo ero riuscita a sbucciarmi un gomito e un ginocchio, la gonnellina della mia divisa scolastica era tutta sporca e rovinata, e la camicetta da bianca era diventata marroncina. Piuttosto che presentarmi a scuola così sarei morta, quindi decisi di tornarmene a casa: mi sarei inventata qualcosa per giustificarmi con mia madre per lo stato pietoso in cui mi ritrovavo. Camminando per la strada mi sentii una povera ebete: ero più morta che viva, più che altro per lo spavento che mi ero beccata vedendomi piombare addosso un colosso alto un metro e ottanta.

Non ci misi molto ad arrivare a casa, dove mia madre mi accolse con un : “Ma che cosa ti è successo?”

“Ah…ehm…ecco, al porto devo aver messo per sbaglio il piede su qualche corda, sai…di quelle per ormeggiare le barche, e sono scivolata. Mi sono fatta un male bestia!”

“Vabbè, per oggi puoi pure rimanertene a casa!” fece mia madre, un po’ seccata.

Naturalmente non le dissi assolutamente niente né della Going Merry, né del biondino.

Passai il resto della giornata a pensare alla figura del cavolo che avevo fatto quella mattina…ma si può essere più imbecilli di me? Perlomeno nel pomeriggio, con la scusa che dovevo studiare, riuscii quasi a dimenticarmi della storia del porto, ma appena chiuso l’ultimo libro zac! di nuovo la patetica scena.

La mattina seguente mi alzai abbastanza presto, feci colazione in fretta e furia e uscii di casa masticando. Più mi avvicinavo al porto è più avevo voglia di sprofondare sottoterra: sai che imbarazzo se avessi beccato di nuovo il ragazzo del giorno prima?

Arrivai al porto senza rendermene conto e, con mio grande dispiacere, mi accorsi che il giovane era lì. Subito feci finta di niente, e con finta aria indifferente passai davanti al tipo. Ad un tratto però quello fece: “Ehi tu, morettina!”. Mi guardai attorno: solo io e lui e questo voleva dire che si stava rivolgendo a me.

“Sì?”, gli feci io piuttosto scocciata.

“ Mi presento: mi chiamo Sanji. Mi dispiace per ieri mattina, è che ho beccato una buca! Tu come ti chiami?”

“Chi, io?” risposi, mezza rintronata.

“No, guarda! Parlavo con l’uccellino! Ma certo,no? Ti risulta che ci sia qualcun altro in giro, tranne noi due?”

Effettivamente non potevo dire che avesse torto.

“Mi chiamo Maho, molto piacere!”

“Uhm…Maho…nome originale ma molto bello. Senti, posso offrirti qualcosa per scusarmi?”

“Mi piacerebbe molto” gli dissi “ma ora ho lezione! Ti va se facciamo questo pomeriggio? Verso le tre qui al porto, va bene?”

“Perfect!” esclamò lui.

Ci salutammo, poi io me ne andai in direzione della scuola. Frequentavo il terzo anno di scuola superiore, ed ero la migliore della classe. Godevo della fama di alunna modello, tuttavia quella mattina l’alunna modello che era in me si prese cinque ore di vacanza. Non stavo nella pelle all’idea di rivedere Sanji, lo trovavo carino…mi sembrarono le cinque ore più lunghe della mia vita. Quando l’ultima campanella finalmente si decise a trillare, quel suono stonato mi sembrò il più bello del mondo.

Il tragitto da scuola a casa mi apparve cortissimo. A casa riuscii a mantenere un certo contegno e a non impazzire per l’impazienza. Mi cambiai: al posto della divisa scolastica indossai un paio di jeans chiari e una camicetta nera. Poi mi detti una veloce pettinata ai capelli e corsi al porto, lasciando un bigliettino a mia madre, che nel frattempo era uscita a far compere.

Arrivai al porto in perfetto orario, e mi sedetti su una panchina, sfiancata per la corsa che avevo fatto. Ma quale non fu la mia delusione quando vidi che Sanji non appariva. Stavo per andarmene, inviperita per il brutto scherzo giocatomi, quando vidi arrivare un altro ragazzo: capelli verdi (?), occhi scuri, orecchini. Cavoli che bello! Il bellone si avvicinò e mi disse: “Tu sei Maho, giusto?”. Annuii. “Senti, mi dispiace tanto, ma Sanji sta male e non può venire. Ti fa lo stesso se facciamo un giro io e te? Ah, io sono Zoro!”.

Uhm, e così si chiamava Zoro: dio, quanto era bello. Accettai subito la proposta, così cominciammo a camminare.

“Quanti anni hai?” mi chiese.

“ Sedici compiuti da poco, e tu?”

“Io ne ho diciannove.”

Notai che era piuttosto timido…mi piaceva sempre di più! La conversazione si bloccò lì, poi gli feci: “Senti, ti va se andiamo a bere qualcosa? Offro io.”

“Non è una cattiva idea.”

Certo che era un’impresa tentare di fargli mettere insieme più di due frasette!

“Sei in imbarazzo, per caso?” gli chiesi.

“Ehm, un pochino sì…”

“E perché?” gli domandai incuriosita.

“Io sono fatto così, tendo sempre a stare un po’ sulle mie. Immagino che ti starai annoiando a morte!” mi fece.

“No, mi trovo bene con te.”

Bloccato. Diventò rosso fino alle orecchie, ma era così carino…

“Sei arrossito.”

“Ah, sì?” replicò, col viso in fiamme.

“Ho detto qualcosa che non va?”

“Ehm…” disse Zoro “hai appena detto che ti trovi bene con me…comunque anch’io”.

Urgeva un aiuto immediato, stava diventando bordò per l’imbarazzo.

“Forse è il caso che ti riaccompagni a casa.” mi propose.

“Guarda che io mi sto divertendo: per quanto strano ti possa sembrare mi piace stare in tua compagnia. Però non mi dispiacerebbe tornare a casa: almeno restiamo insieme un altro po’.”

Così ci avviammo nel silenzio. Ogni tanto qualche uccellino cinguettava allegramente, mentre noi camminavamo per strade e viuzze.

Purtroppo giunse il momento di salutarsi.

“Allora ci vediamo. Sono stata davvero bene, Zoro. Spero che usciremo ancora!”

“Senti, devo farti una richiesta…forse è stupida ma…”

“Spara pure!” esclamai io.

“Ehm…posso darti…un bacio?”

Quella domanda mi colse del tutto impreparata. Comunque prima che riuscissi a pensare a qualcosa, mi ritrovai con le labbra incollate alle sue…ma che mi prendeva! Baciavo il primo sconosciuto che trovavo per strada! Tuttavia, in fondo non mi sembrava così sconosciuto, avevo come l’impressione di conoscerlo da sempre.

Quando ci staccammo lui mi guardò con un’aria dolcissima, poi si voltò dall’altra parte e partì in direzione del porto. Per un attimo gli corsi dietro nel tentativo di fermarlo, di chiedergli spiegazioni, di capire…lui però correva veloce e non riuscivo a stargli dietro. Tuttavia mi feci furba: conoscevo una scorciatoia che portava dritta al porto così la imboccai e giunsi a destinazione molto prima di lui.

Quando finalmente lo vidi comparire, gli andai incontro con un’aria che non prometteva niente di buono.

“Perché sei scappato? Eh?”

“…”

“Beh, ti ha mangiato la lingua il gatto?”

“…”

Poi capii. Il porto era molto affollato. Forse si vergognava a darmi spiegazioni in mezzo a quella bolgia. Così lo presi per mano e mi misi a correre. Lui cominciò a urlarmi di fermarmi, ma io continuavo a correre. Quando vidi in lontananza il parco rallentai l’andatura. Ci addentrammo nello spiazzo verde. Zoro era sconvolto. Ci sedemmo su una panchina. Non fece neanche in tempo a sedersi che gli piantai in faccia due occhi stralunati.

“Non ti pare di dovermi qualche spiegazione?”

“Non mi pare che servano le parole a spiegare.”

“Senti, sarò torda io, ma non capisco proprio cosa significasse quel bacio.”

“Solo che con te sono stato bene. Cosa avrebbe dovuto significare, altrimenti?”

“Ah…capisco.”

“Sembri delusa.”

“Chi, io?”

“Te lo si legge in faccia! Cosa ho detto di male?”

“No, niente. Solo pensavo che le motivazioni di quel bacio fossero un po’ più profonde.”

“Vuoi una motivazione più profonda?”. Si stava scaldando.

“Lascia perdere. Facciamo finta che non sia successo niente.”

“No, non voglio fare finta di niente, non ha senso! Tu mi piaci veramente tanto, per questo ti ho baciata. So che sembra impossibile che in un pomeriggio uno si innamori, ma a me è successo così, non chiedermi perché, non ti saprei rispondere. So solo che ti voglio bene, Maho.” Nel dire questo era arrossito (era così carino).

“Oh…anch’io te ne voglio, Zoro.” Ora era toccato a me diventare rossa.

Nel silenzio del tramonto lui mi prese la mano, poi mi si avvicinò e mi dette un altro bacio. Rimanemmo su quella panchina per un’ora buona. Parlammo di noi, di quello che avremmo voluto diventare, dei nostri sogni, e alla fine lui mi fece la domanda che più temevo…

“Partirai con me?”

A quel punto le lacrime si fecero sentire. Sapevo bene di essermi innamorata di lui, ma sapevo altrettanto bene che non sarei mai potuta partire: i miei non me lo avrebbero mai concesso.

“Maho, non piangere. Non era mia intenzione spaventarti con una richiesta del genere.”

“Zoro…io vorrei tanto venire, ma i miei non me lo permetteranno. Diventerei una fuorilegge, e loro non potrebbero sopportarlo. Mi dispiace, è meglio finirla qui!”

“NO! Mai! Non puoi chiedermi di lasciarti. Ti voglio troppo bene…”

Così ci trovammo in due ad avere le lacrime agli occhi.

“Tieni almeno questa.” E così dicendo, Zoro mi mise in mano una catenina con un ciondolo a forma di croce.

“Non è molto, ma almeno ti ricorderai di me ogni volta che la vedrai.”

Scoppiai in singhiozzi. Zoro mi mise la catenina attorno al collo, poi mi strinse forte a lui. Sentii il suo profumo, e per un attimo mi tranquillizzai, poi però le lacrime presero di nuovo il sopravvento. Per quanto fosse doloroso, avrei voluto che quel momento non finisse mai, perché quando sarebbe finito, ci saremmo divisi per sempre, e io non volevo.

Zoro ad un tratto si alzò, si diresse verso un albero e con una delle sua spade incise la nostre iniziali sul tronco di un albero, e le circondò con un cuore.

“Rassegnati, neanche questo servirà a rallegrarmi un po’. Non riuscirò a sopportare di starti lontana.”

Anche lui, a queste parole, cedette alle lacrime.

“Basta torturarsi! Ti riaccompagno a casa.”

Mi alzai di malavoglia. Mi sentivo malissimo. Per quanto cercassi di cessare di piangere, non mi riuscì. Lui intuì che volevo stargli vicino il più possibile, perché mi mise un braccio attorno alle spalle e mi tenne stretta a sé. Anche se era riuscito a bloccare il pianto, la sua espressione lasciava trasparire tutta la sua tristezza.

Il tragitto fino al porto mi sembrò brevissimo, e ancora più breve mi parve quello da lì a casa.

“Io…sono arrivata. Addio, Zoro! Non ti dimenticherò, lo giuro!”

“Non andartene così presto.”

Mi strinse ancora in un ultimo abbraccio.

“Basta! Dobbiamo salutarci qui. Più rimaniamo qui, più ci fa male dirci addio.” gli dissi con voce rotta dal pianto.

“Allora…Addio Maho. Non dimenticarmi.”

Mi voltai e di scatto corsi in casa, richiudendomi la porta alle spalle. Salutai a malapena mia madre, poi corsi in camera mia, mi gettai sul letto e mi addormentai stingendo tra le mani la catenina. Era finita. Dovevo scordarmi tutto, smetterla di pensare a lui. Basta!

Quando la mattina dopo mia madre venne a chiamarmi per la scuola, avevo gli occhi gonfi, come se mi avessero dato un pugno. Pensando che fossi piena di mal di testa, mi disse di starmene a letto. Poi però appena uscì per andare a lavorare, mi vestii di corsa e mi precipitai fuori casa. Sapevo benissimo dove ero diretta: al porto!

Mi misi a correre come un’ossessa. Troppo tardi. Della Going Merry non c’era più traccia. Al colmo della disperazione mi accasciai al suolo piangendo, finchè una mano non mi si posò sulla spalla. Mi voltai e Zoro era lì, accanto a me. Mi strofinai più volte gli occhi, incredula.

“Cosa ci fai qui?”

“Ho lasciato la ciurma.”

“Idiota! Sei il più grande idiota che io conosca! C’è una barchetta di legno, prendila e raggiungi la Going Merry, non possono essere andati lontano.”

“Se non vieni con me non se ne parla!”

“Zoro, non fare l’idiota! Tu adesso prendi quella barca e vai! Non pensare a me. Non riusciresti a rimanere senza i tuoi amici. Vai!”

Questa volta fu lui ad afferrarmi per un polso. Si mise a correre in direzione di casa mia. Arrivati che fummo mi disse: “Adesso tu vai dentro, ti fai la valigia e poi parti con me!”

“Non posso. Il mio posto è qui!”

“Ti prego! Io senza di te non vivo!”

“E i miei genitori?”

“Lascia loro un biglietto.”

“Zoro, questa non è come una comune uscita con gli amici. Non posso lasciar loro solo un biglietto. Se parto, me ne vado da qui per sempre.”

“E allora fallo!”

“NO! Non hai nessun diritto di chiedermi questo!”

“Io ti amo Maho! Non voglio perderti. Vieni via con me. Hai ragione, non ho nessun diritto di chiederti di abbandonare tutto, ti chiedo solo di pensare a me.”

Non riuscivo a immaginare la mia vita senza di lui. Non avrebbe avuto senso. Così raccolsi tutto il coraggio di cui ero dotata e gli dissi: “Mi hai convinta.”

Entrai in casa, feci i bagagli in quattro e quattr’otto e scrissi su un pezzo di carta che avevo trovato la mia strada e che partivo per un viaggio.

Quando uscii di casa Zoro era lì, con uno sguardo che tradiva tutta la sua felicità. La tristezza di poco prima era solo un brutto ricordo. Tenendoci per mano andammo al porto, lì prendemmo la barchetta di legno e salpammo: avevamo a bordo solo lo stretto indispensabile (viveri, i miei vestiti e qualche coperta). Remammo tutto il giorno e quando fu sera…

“Sono tanto felice” disse Zoro.

“Anch’io. Stare con te è la cosa che mi rende più felice al mondo.”

Zoro mi si avvicinò e mi baciò. Poi, sempre baciandomi, cominciò a sbottonarmi la camicia, mentre io ingaggiai una lotta con la zip dei suoi pantaloni.

“Sei meravigliosa. Ti amo tanto.”

“Mai quanto io amo te, mio caro spadaccino.”

Facemmo l’amore per tutta la notte sotto le stelle, con infinita dolcezza. Poi ci addormentammo abbracciati. Ora avevamo la consapevolezza di appartenere l’uno all’altra: eravamo una cosa sola.

La mattina seguente, quando mi svegliai il sole era già alto nel cielo. Zoro stava ancora dormendo. Rimasi lì per un po’ a guardarlo: era così bello, con quell’aria angelica sul viso. Decisi di non svegliarlo, così mi rivestii, mi sdraiai di nuovo di fianco a lui, e presi ad accarezzargli i capelli. Così facendo lui si destò. Mi guardò per un momento, poi mi fece: “Buongiorno amore. Hai dormito bene?”

“Mai dormito meglio.” Quindi lo abbracciai forte forte.

“Ah, ieri sera è stato bellissimo.”

“Dici davvero? Anch’io sono stato bene con te, cucciola.”

A quelle parole arrossii: nessuno mi aveva mai chiamata cucciola…

“Sai, Zoro…adesso ringrazio il cielo che Sanji quel pomeriggio stesse male: se non fosse successo, noi due non ci saremmo mai conosciuti.”

“Puoi ben dirlo. Che colpo di fortuna!”

“Tieni!” e gli lanciai i suoi vestiti. “Sarà meglio che ti rivesti. Il tempo non promette nulla di buono.”

Zoro sbuffò; poi, con aria rassegnata si infilò i vestiti con molta calma, mentre io remavo come una disperata. Ad un tratto mi sentii abbracciare da dietro, e per poco non mi venne un colpo!

“Ma che ti prende?”

“Maho, non dovresti remare tu. Poi ti stanchi! Lascia, faccio io…non voglio che tu faccia tanta fatica, cucciola…”

“Che dolce!”

Quel che rimaneva della mattinata lo trascorremmo remando. Verso l’una di pomeriggio avvistammo la Going Merry. Facemmo una corsa disperata con la barchetta, e finalmente riuscimmo a raggiungerla. Ci venne calata una scaletta e salimmo a bordo. Erano tutti sul ponte. Dopo circa mezz’ora di presentazioni varie, Zoro decise di mostrarmi le cabine.

Scendemmo. Entrammo in una di queste e lui chiuse la porta a chiave.

“Ma sei impazzito? Cosa hai intenzione di…”

“SSSSHHHH!” mi zittì, mettendomi un dito sulle labbra.

Allora lo feci sdraiare sul letto, e ancora una volta facemmo l’amore: fu ancora più bello della prima volta.

Da allora sono passati circa due anni. Io e Zoro ci siamo sposati, e io sono entrata ufficialmente a far parte della ciurma di Rufy. Abbiamo un figlio di un anno, Zell, che assomiglia a Zoro in maniera impressionante. Quest’estate sono tornata a casa dai miei, che mi hanno accolta a braccia aperte: ho fatto loro conoscere mio marito e mio figlio, oltre che il resto della banda! Sono stati felicissimi, e Zell si è subito trovato bene con loro.

Quando l’estate è finita siamo ripartiti e presto tornerò a casa per la fioritura dei ciliegi assieme Zoro e Zell, la mia famiglia!»

- Maho -

THE END

Written by Selphie

FINE